GIOIELLO IDEALE

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martedì 4 febbraio 2020

Chagall - Sogno e Magia . Palazzo Albergati . Bologna

Marc Chagall
Il mistero della sua pittura

Il gallo viola, 1966-72
Moishe Zacharovič Šagal detto Marc Chagall nacque il 7/7/1887 a Vitebsk, e morì, quasi centenario, a Saint Paul de Vence, deliziosa cittadina a Nord della Costa Azzurra, il 28/3/1985. 
In questi giorni a Palazzo Albergati, a Bologna, è possibile visitare la mostra “Chagall sogno e magia“ che presenta una selezione molto interessante di quadri che spaziano dalla pittura ad acquerello a quella ad olio, dalla litografia all’incisione. 
La produzione artistica di Marc Chagall è vastissima ed il suo stile è immediatamente riconoscibile sia nelle opere di piccolo formato, come quelle presentate in questa mostra, che in quelle monumentali, come il soffitto dell’Opera Garnier a Parigi o il Museo Chagall a Nizza. A Parigi nel 1963 il ministro Malraux affidò a Chagall l’incarico di decorare il soffitto della Grand Salle del teatro. L’opera ricopre una superficie di 220 metri quadri dipinta su di un telaio rimovibile e sul bianco dello sfondo una straordinaria polifonia cromatica inanella vortici di figure fluttuanti ispirandosi alle opere di 14 compositori considerati tra i più importanti musicisti del mondo: Moussorgsky, Mozart, Wagner, Berlioz, Rameau, Debussy, Ravel, Stravinsky, Tchaikovsky, Adam, Bizet, Verdi, Beethoven e Gluck. Invece a Nizza nel "Musée National Message Biblique Marc Chagall" si possono ammirare diciassette tele monumentali, che il pittore ha donato alla Francia, rappresentanti scene dell’Antico Testamento, oltre ad arazzi, mosaici e vetrate policrome. Marc Chagall è un artista accattivante, la sua pittura assolutamente personale e stilisticamente riconoscibile, ci stuzzica a risolvere gli enigmi che ha magistralmente nascosto dipingendo la tela sconvolgendo tutto il sistema gravitazionale e affidando al colore la dinamicità del raccontare. 
Una piacevole sfida a leggere, se ne siamo capaci. I colori magistralmente addomesticati e le figure accattivanti che sono le assolute protagoniste: volano, si capovolgono, ruotano su se stesse, sempre bidimensionali, si rotolano nello spazio senza forza di gravità. Sembrano astronauti. Apparentemente facile e piacevole alla vista, questo ermetismo mai violento, ma simbolico e trasversale, affida ai simboli e al colore il compito di scatenare l’emozione nel cuore di noi che osservando il quadro cerchiamo la chiave di lettura. Una pittura colta ed ermetica. Non è assolutamente facile penetrarla e leggerla in profondità: occorrono dei codici per decodificarla, per capire il suo segreto e lasciarsi travolgere dalla emozione. Marc Chagall nel 1923 pubblica “La mia vita”, la sua autobiografia in lingua yiddish che successivamente sarà tradotta in russo e poi in francese dalla moglie Bella dove raccontando la storia della sua vita ci fa conoscere e meglio comprendere le vicende personali che hanno condizionato il suo percorso artistico. Una intuizione geniale ed utilissima a noi e a lui. Scrive in prima persona, e la lettura di questo libro ci fa rivivere l’entusiasmo, l’incertezza, l’alienazione, la difficoltà di affermarsi come artista attraverso le vicissitudini famigliari e religiose, economiche e politiche, il razzismo e l’emarginazione, la corruzione, il viaggio. Questo vorticoso e immobile divenire alla fine lo ha portato nuovamente a Parigi accompagnato dalla moglie Bella e dalla figlia Ida. Chagall stesso ci suggerisce all’orecchio, bisbiglia e noi ci avviciniamo all’opera penetrandone la bellezza e la rarità raccontata dal suo stile inconfondibile. 
Chagall nacque in una famiglia di ebrei Aschenaziti che parlavano la lingua Yiddish. Una famiglia molto religiosa dove la preghiera e il rispetto della tradizione erano al centro, l’impegno del padre è di essere un bravo lavoratore ed un bravo ebreo. Dalle parole di Chagall trapela il grande amore per il padre dignitoso nell’aspetto e affettuoso quanto intransigente con i figli: “tutto in mio padre mi pareva enigma e tristezza”. E “figura inaccessibile” questo padre che avrebbe dovuto essere un commesso impiegato in una bottega di stoccaggio di arringhe, in realtà era un operaio che si piegava a raccogliere pesanti barili pieni di arringhe e li trasportava con grandissimo sforzo. Il suo abito luccicava per la salamoia, ma tutte le sere al suo rientro a casa dalle sue tasche uscivano delle leccornie e delle pere gelate ed era festa. Proprio guardando il padre lavorare così faticosamente pensò che non avrebbe mai potuto seguirne le tracce perché il suo corpo non ne sarebbe stato capace. La madre lo ama e lo protegge, è il primo di nove figli. Marc nasce in modo drammatico in una casupola in un giorno di guerriglia con i cosacchi mentre la sinagoga, data alle fiamme, brucia. “Nacqui morto.... così fui tuffato in una tinozza semplice, quadrata, semicava, semiovale..... punto con gli spilli e alla fine ho emesso un fievole pigolio”. Ancora l'artista ripensando alla casupola vicino all’argine del fiume Peskovatik, si chiede “come ho potuto nascere qui dentro? Come si fa a respirare qui?” E qui visse fino alla morte del nonno. Successivamente il padre, per pochi rubli, acquistò un’altra proprietà, in via Petroskaja e qui “io nacqui per la seconda volta”. La sua vita da giovane ragazzo scorre all’interno di una famiglia organizzata dove il nonno, gli zii, la madre, il padre, la preghiera e la sinagoga, il cortile, gli animali domestici, i digiuni e le feste religiose influenzeranno la sua arte come le stelle scintillanti nel cielo o gli incendi osservati col nonno stando seduto sul tetto della casa. Ama la notte e al mattino fatica ad alzarsi, ama sognare e facilmente si spaventa. Una infanzia articolata dove la vita e la morte si avvicendano come momenti ineluttabili della vita, rimuginando che vuole diventare artista, anche se là Torah lo vietava, e la famiglia depistava. Sarà un percorso lunghissimo e difficilissimo dove non abbandona neppure per un attimo l’obiettivo: diventare artista. Dipinge ma i suoi quadri le sorelle li usano come tappeti per coprire i pavimenti per asciugarsi i piedi, e soffre mentre li riappende alle pareti, o come quando portò il ritratto allo straordinario zio Zoussy, l’unico parrucchiere a Lyozno, talmente bravo che “potrebbe farlo persino a Parigi.... le sue maniere, i baffi, il sorriso, lo sguardo” che dopo averlo guardato gli disse: “Ebbene, no, conservalo tu!”. Crescendo inizia a frequentare la scuola, finge di balbettare per darsi un tono, è bravissimo a disegnare, il migliore della classe e per questo brilla fra i suoi compagni. Ma un giorno uno scolaro più grande di lui disegnò su carta di seta un fumatore, era un disegno bellissimo. Questo gli scatena un attacco d’ira e per trovare pace dentro di sé inizia a disegnare il ritratto del compositore Rubinstein copiandolo dalla rivista Niva e a tappezzare le pareti della sua camera da letto di fogli disegnati o dipinti col colore viola, fino al giorno in cui un suo compagno vedendoli gli disse che era un vero artista. 
Da questo momento in poi la sua strada é segnata. Vuole diventare un artista! Avvicina la madre che sta infornando il pane e prendendola per un gomito le dice: “mamma vorrei fare il pittore. È finita non posso fare più né il commesso, né il contabile”. La madre sbraita ma alla fine cede e lo porterà alla scuola di disegno del signor Pen, e il padre, contrariato, gli darà i cinque rubli per pagare il primo mese di scuola lanciandoli fuori dalla finestra dove Marc si precipita a raccoglierli: è il 1906. Dipingere è vivere e Chagall inizia a farlo in questo atelier, ma decide di colorare i suoi disegni col viola ignorando gli altri colori. Questo piacerà al pittore Yehuda Pen che lo terrà come allievo senza farsi più pagare. Un primo tiepido incoraggiamento mentre continua la sua crescita che cerca altri spazi ed orizzonti, nel 1907 si trasferisce a San Pietroburgo dove frequenta l’Accademia Russa di Belle Arti diretta da Nikolaj Konstantinovic Roerich, qui viene a contatto con le correnti artistiche emergenti russe. 
La vita va avanti fra arte e sacrifici, persino la prigione fino al giorno in cui incontrerà Bella Rosenfeld, una ragazza figlia di ricchi gioiellieri ebrei. La incontra a casa di Thea, una cara amica di entrambi, casualmente ed è subito travolto da lei. Ha paura. “Bruscamente sento che non é con Thea che devo stare ma con lei! Il suo silenzio è il mio. I suoi occhi i miei. È come mi conoscesse da sempre, come se sapesse tutto della mia infanzia, del mio presente, del mio avvenire, come se vegliasse su di me, mi capisse perfettamente, sebbene la veda per la prima volta. Sentii che era lei la mia donna......Sono entrato in una casa nuova e non ne sono più uscito”. Bella diventerà la moglie di Marc parecchi anni dopo, nel 1914, grande amore della sua vita, e avranno una figlia, Ida, nata nel 1916. Chagall è ritornato in Russia da Parigi per sposarsi con Bella mentre sta per scoppiare la rivoluzione russa che travolgerà la vita di tutti. Partecipa alla rivoluzione del 1917 e in breve si afferma come pittore tanto che viene nominato Commissario dell’Arte nella regione di Vitebsk. Ma la sua pittura infantile ed onirica si scontra con le correnti artistiche emergenti, in particolare il Suprematismo esaltato dal nuovo corso politico che vede in Malevich la sua punta di diamante. 
Nel 1923 in contrasto con il regime sovietico, deluso, incompreso, decide di trasferirsi con la famiglia a Parigi. In quella città conosce numerosi artisti dell’epoca e stringe amicizia con Apollinaire. 

Innamorati con mazzo di fiori, 1935-38
Nel 1937 ottiene la cittadinanza francese, ma durante la Seconda Guerra Mondiale è costretto, insieme alla famiglia, a lasciare la Francia a causa delle persecuzioni razziali e dopo un breve periodo trascorso in Spagna e in Portogallo, nel 1941 si trasferirà negli Stati Uniti. In Francia Chagall incoraggiò la moglie a scrivere la sua biografia: ”Come fiamma che brucia” e a raccontare della sua infanzia dorata. Bella si era laureata in letteratura alla Università di Mosca, benché fosse ebrea, grazie ad una medaglia d’oro che aveva meritato le fu permesso di frequentare l’università. Nella sua biografia parla della sua vita da bambina cresciuta in una famiglia benestante dei suoi fratelli e gli adorati genitori e successivamente della vita con Marc. Anche Bella scrive del primo incontro con Marc a casa di Thea: “Ha i capelli scompigliati. I suoi ricci ricadono giù, si arrotolano, si incollano alla fronte e nascondono occhi e sopracciglia. Ma quando gli occhi si aprono un varco sono blu, venuti dal cielo. Occhi stranieri, non come quelli di tutti, lunghi, a mandorla. Ogni occhio guarda dal proprio lato, barchette che si allontanano una dall’altra.... bocca spalancata, non so se intenda parlare o mordere con i suoi denti bianchi e taglienti. Tutto ridendo.. abbasso lo sguardo...nessuno dice una parola.... ognuno di noi sente battere il cuore dell’altro.” Inizia così un grande amore che durerà fino al 2 settembre 1944 quando Bella muore per una infezione virale. A questo dolore Marc non sa reagire e cade in una profonda depressione. 
Tornato in Francia, la figlia Ida gli presenta nel 1945 la trentenne canadese Virginia Haggard McNeil, che si innamorerà di lui e da cui avrà un figlio: David. Ma l’amore dura poco e Marc rimane di nuovo solo. Di nuovo la figlia Ida, gli presenterà Valentina Brodsky, ebrea Russa, detta “Vava”, Marc Chagall la sposerà nel 1952 a Rambouillet. Vava sarà la sua nuova musa e lo accompagnerà fino alla fine dei suoi giorni. In questi anni Chagall proverà altre espressioni artistiche col vetro, la ceramica e la tessitura di arazzi. 
Gli innamorati con l'asino blu, 1955
“Bisogna lavorare sul quadro pensando che qualcosa della propria anima entrerà a farne parte e gli darà sostanza.” E L’anima usa la poesia per manifestarsi. Chagall da giovane scriveva versi che leggeva ai suoi amici ed erano talmente belli che superavano quelli scritti da tutti gli altri. 
Un poeta. Un poeta pittore e un pittore poeta. Quando Chagall decise di scrivere la sua biografia in yiddish decise di aiutarci ad entrare nel suo mondo poetico. Ne ho avuto la percezione e mi ha aperto gli occhi alla lettura della sua pittura. La lingua yiddish ha una origine ebraica e come tale si scrive da destra verso sinistra. Osservando tutti i quadri che Chagall ha dipinto ho notato che la narrazione va da destra in alto a sinistra per richiudersi poi al centro del quadro dove pone il centro focale. Se si fa lo stesso percorso al contrario, da sinistra a destra e poi centro, la pittura si sgretola e cade a terra. Non ha più un senso. Dipingere il quadro come fosse un poema yiddish, quindi ci da il punto di partenza per iniziare a leggere, perché il quadro è poesia che va letta come dicevo da destra a sinistra. La scelta è vincente intuitivo capirne ed assaporarne il racconto, sia che si tratti di un brano delle Sacre Scritture o semplicemente il giorno del compleanno e del matrimonio. Particolarmente evocativa è la descrizione della sposa che Bella fa nel suo libro e che Chagall dipinge identico nel quadro così come del compleanno. “La sposa è sopratutto un abito bianco e lungo che scivola via come la vita sulla terra... Dietro lo strascico diafano trasparente come un vetro. Attraverso questa trasparenza lei sembra lontana lontana”. 
Gli sposini e l'Angelo, 1981
Così Chagall dipinge le sue spose che pulsano dentro la staticità del disegno e diventano un tutt’uno col racconto che il resto del quadro va sciorinando. Quindi leggere la storia dipinta ed emozionarsi è un atto poetico. La poesia e il disegno insieme sulla stessa tela. Il quadro si anima di sentimento e di emozione, simboli e colori uniti insieme. La pittura diventa magica e finemente comprensibile al cuore e come non farlo leggendo le parole dipinte del compleanno...
Scrive Bella: “quel giorno, al mattino, ero corsa fuori città a cogliere un gran mazzo di fiori....e una volta a casa radunai tutti i miei scialli colorati...con indosso il vestito della festa mi incamminai verso casa sua....”Cos’è? “ mi fai entrare in fretta e spalanchi gli occhi....oggi è il tuo compleanno!....appendo i miei scialli multicolori al muro, tu frughi fra le tue tele e la sistemi sul cavalletto....” non muoverti, resta dove sei..” Ho ancora i fiori in mano. Non riesco a stare ferma. Vorrei metterli nell’acqua. Appassiranno. Ma subito me li dimentico. Ti sei gettato sulla tela che vibra sotto la tua mano. Intingi i pennelli. Il rosso, il blu, il bianco, il nero schizzano. Mi trascini nei fiotti di colore. Di colpo mi stacchi da terra, mentre tu prendi lo slancio con un piede, come se ti sentissi troppo stretto in questa piccola stanza. Ti alzi, ti stiri, al soffitto svolazzi. La tua testa si rovescia all’indietro e fai girare la mia......mi sfiori l’orecchio e mormori…..”.

© Imelde Corelli Grappadelli, February 2020
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martedì 21 maggio 2019

La mysteríouse histoire de la pivoine

La peonia occupa un posto di primo piano nella storia delle varie Dinastie cinesi ed è uno tra i fiori più importanti della simbologia cinese; rappresenta la bellezza e l’amore, l’affetto, ma anche la buona fortuna ed infine la primavera. L'antica cultura cinese scritta dai letterati, cioè la classe burocratica che legge il libro, tra i fiori mette in primo piano come importanza il pruno, seguito dalla orchidea. Questi due fiori hanno un significato speciale: solo il fiore di pruno è aperto di inverno, e i letterati credono che abbia uno spirito di resistenza ed è unico, invece le orchidee tendono a crescere in luoghi appartati e bui per cui i letterati credono che mantenga una personalità indipendente. Invece la Peonia è il fiore principalmente amato dalla classe Civica, il popolo. La Cina non ha un fiore nazionale in senso giuridico, ma nella sua lunga storia ci sono state molte dispute su quale dovesse essere, e alla fine ne hanno scelti sei: il pruno e la peonia sono i più importanti, poi a seguire il crisantemo, l’orchidea, il loto, l’osmanto profumato. Il crisantemo rappresenta il fiore d’oro è il simbolo dell’autunno ma anche di longevità e gaiezza. L’orchidea che cresce in luoghi appartati e bui rappresenta la perfezione per la sua simmetria assoluta tra petali e stelo. Il loto è simbolo di fertilità e purezza, l’umiltà, Buddha che è nato da un fiore di loto siede sul calice del loto, simbolo di rigenerazione e illuminazione. L’osmanto, albero che fiorisce di inverno e cresce attorno ai templi buddisti, profumatissimo come un arancio, è segno di accoglienza e prosperità. La comparsa della peonia in Cina può essere fatta risalire a più di 2000 anni fa, mentre la coltivazione delle piante inizia con le dinastie del Nord e del Sud tra il 220 e il 589 dc. e raggiunse il suo apice con la potentissima dinastia Tāng (618-907d.c.) sotto cui i confini della Cina si allargarono dall’Asia occidentale all’Estremo Oriente e una fitta rete commerciale scambiava merci preziosissime tra i paesi asiatici e quelli europei. La dinastia Tāng incentivò lo sviluppo culturale, economico e sociale formando una civiltà aperta e diversificata, e i discendenti si sentirono dei privilegiati. Importanti e celebrati artisti furono i poeti Li Bai, Du Fu, Bay Juyi, il calligrafo Yan Zhenqing, il pittore Wu Daozi, il musicista Li Guinian. Il livello di vita crebbe e il benessere era diffuso, in questo contesto prospero la Peonia è il fiore perfetto: quando il fiore di peonia sboccia è pieno di fiori, è brillante, è un simbolo di felicità e prosperità e di buon auspicio. La dinastia Tāng organizzò un “peony festival” che divenne il Carnevale della capitale Chang’an, oggi Xi’an. Questa città oggi è conosciuta in tutto il mondo per l’esercito di terracotta ritrovato nello scavo archeologico del mausoleo dell’imperatore Shihuangdi composto da più di 7000 figure di guerrieri e cavalli a grandezza naturale. Tutti gli anni, tra il 15 e il 25 aprile, siolge“ a Luoyang, una città vicina a Xi’an, il “festival delle peonie “ famoso e visitato sia dai turisti cinesi che dagli appassionati di fiori nel mondo. Le peonie sono in piena fioritura da metà aprile fino a metà maggio ed è un magnifico spettacolo per gli occhi . Praticamente nella cultura cinese il fiore della peonia ha i seguenti significati: 1) Simbolo della prosperità del paese perché sembra grazioso e magnifico. 2) Simbolo dell’aspettativa e il perseguimento di una vita ricca. Il fiore di peonia bello, magnifico, simbolo di ricchezza viene dipinto e associato ad altri fiori, uccelli e rocce. 3) Simbolo di ossa forti, non ha paura dei venti forti e delle feste luminose. La peonia non è delicata e fragile, è originariamente cresciuta tra le montagne e ancora oggi possono esserci peonie selvatiche che crescono ostinatamente sulle rocce o nell’altopiano di Loess che produce ancora splendidi fiori. Nell’immaginazione collettiva la peonia è anche l’incarnazione della bellezza, della purezza e dell’amore. Il paese è prospero, la famiglia è ricca e sicura e la vita è felice , la peonia è di buon auspicio. “Il padiglione delle peonie“ è il titolo del dramma cinese più conosciuto nel mondo occidentale scritto dal famosissimo poeta Tāng Xianzu (1567-1616) che è considerato lo ”Shakespeare cinese”. Questo dramma che è in assoluto l'opera più popolare scritta in Cina è considerato un capolavoro di poesia raffinatissima senza confronti, e tutte le compagnie di teatro Kūnqǔ la includono nel loro repertorio. Narra della storia d'amore fra Dù Lìniáng la giovane figlia di un notabile che mentre passeggia in un giardino di peonie si ferma a riposare e si addormenta. Nel sogno le appare Liǔ Mèngméi, un giovane bellissimo che non ha mai incontrato prima e del quale si innamora a prima vista. All’improvviso una pioggia di petali di peonia la sveglia, il sogno svanisce, ma lei, perdutamente innamorata del giovane apparsole in sogno, cercherà invano di incontrarlo poi sconfortata si lascerà morire di malinconia. Il padre disperato non ha inciso il suo nome nella tavola ancestrale quindi la sua anima non può riposare nel Regno dei Morti ed è rimandata sulla terra come fantasma. La ricerca del bellissimo giovane continua anche dopo la morte e lo ritrova nel giardino dove i due si erano incontrati in sogno. Liǔ Mèngméi la riconosce e decide di riportarla in vita, quindi si reca dal padre di lei per dargli la buona notizia, ma questo non gli crede e lo accusa di essere un impostore. Dopo una serie di vicissitudini, Liǔ Mèngméi si salverà dalle accuse grazie al perdono dell’imperatore e vivrà accanto alla amata Du Lìniáng. Nella pittura cinese la peonia è un soggetto principe, i pittori-calligrafi dipingono preziosissimi rotoli di carta di riso che si conservano nelle case e vengono mostrati solo a pochi intimi amici. Ogni dipinto per essere ben eseguito deve rispondere a quattro requisiti: prestare attenzione alla poesia, alla calligrafia, alla pittura e ai sigilli. Il disegno della peonia lo ritroviamo nella tessitura di raffinatissimi panni in seta, negli oggetti di arredo, nei mandala che venivano intagliati partendo da un fiore posizionato al centro del foglio e riprodotto all’infinito ripetendo gli stessi volumi allargandoli così come si allargano le onde che fa un sasso quando lo si getta in uno stagno. I mandala vengono utilizzati come pannelli per mobili e pareti. Meravigliose le scatole in lacca rossa e naturalmente i gioielli cesellati col motivo della peonia che venivano realizzati in oro purissimo come ornamento dell’abito e del corpo, le giade imperiali intagliate e le porcellane. Gli scambi commerciali fecero apprezzare la peonia anche nel mondo occidentale: Solimano il Magnifico(1494-1566) apprezzò le maioliche cinesi del periodo Ming quindi possiamo ammirare nella sua collezione II due splendidi piattini decorati col motivo della peonia, il primo associato al loto, dipinto in azzurro e verde, conservato al British Museum a Londra, il secondo decorato solo con peonie in blu conservato ad Istanbul al museo archeologico. Il meraviglioso dipinto di Jan Bruegel il Vecchio detto il Bruegel dei velluti (1568-1625) documenta la presenza della peonia in Europa dipingendola nel famosissimo quadro dei cinquantaquattro fiori, è una peonia rossa di grandi dimensioni, quasi spampanata, a fianco di una Fritillaire Impériale, pianta originaria della Persia e portata in Europa dai Turchi. Il quadro di Brueghel che nei suoi quadri dipingerà con il suo straordinario realismo più volte peonie di grandezza e colore diversi, rosso, bianco, rosa, certificandone assolutamente l’anteriorità nel mondo botanico occidentale già nel 1589. Il 16 maggio 1770 si celebrò il matrimonio a Versailles tra Maria Antonietta e il futuro re Luigi XVI, ma la festa fu interrotta da un devastante acquazzone che bagnò rendendoli inservibili i meravigliosi fuochi d’artificio che erano stati predisposti per illuminare il cielo notturno, gli invitati correvano cercando un riparo, le dame di corte vedevano devastate le raffinatissime parrucche e le deliziose scarpine, gli abiti di preziose sete inzuppati....un vero disastro. Sembra che gli unici a divertirsi fossero i due giovanissimi sposi, Luigi Augusto di Borbone, futuro Re Luigi XVI di Francia, e Maria Antonietta d'Asburgo-Lorena, quattordici anni lei e quindici lui, che a tutto pensavano ma non certamente a unirsi in matrimonio. Infatti passarono mesi e anni prima che il matrimonio si consumasse. Dopo essere salito al trono nel 1774, Luigi XVI donò il Palazzo detto il Petit Trianon e il parco circostante alla regina per i suoi svaghi personali dicendole: “Voi amate i fiori. Bene, voglio donarvi un bouquet: il Petit Trianon”. Luigi XV aveva fatto costruire il Trianon per la sua favorita Madame de Pompadour che fatalmente morì un anno prima della fine dei lavori, quindi fu abitato dalla nuova favorita del re: la spregiudicata Madame Du Barry. Maria Antonietta accettò con gioia il regalo decidendo di rimodernare completamente il Piccolo Trianon trasformandolo in un borgo dove l’etichetta e le formalità di Versailles fossero completamente bandite. La regina infatti detestava qualsiasi tipo d'impegno e formalità, e il Petit Trianon divenne il luogo perfetto per le sue aspirazioni di vita all'insegna della spensieratezza tanto che una volta ultimati i lavori di ristrutturazione del Palazzo e del giardino vi andò ad abitare stabilmente. Questa cosa provocò scandalo e dissenso sia da parte del popolo che la preferiva Regina nella reggia di Versailles, che dalla corte intera, che si trovava quasi senza lavoro, che dai nobili che perdevano le occasione di inviti a Corte per feste e pettegolezzi. Il Palazzo e il giardino furono completamente ristrutturati e minuziosamente progettati da Maria Antonietta e rivisti in chiave bucolica e illuminista facendo realizzare un moderno giardino “anglo-cinese” dai migliori architetti e botanici del tempo, che riprodussero in modo artificioso la massima naturalezza del paesaggio. In questo giardino "anglo-cinese" in pochi chilometri quadrati: piante cinesi, francesi, indiane, africane, tulipani d'Olanda, magnolie del Sud, un laghetto e un ruscello, una grotta d’amore ,un romantico Belvedere, una isola artificiale, animali, pecore coi pastori, mucche coi contadini. Anche le case dei contadini che danno vita ad un piccolo borgo furono costruite come se fossero antiche disegnandone le crepe sui muri e i camini affumicati. Il Giardino deve sembrare naturale e casuale, ma in realtà prima di procedere alla sua realizzazione furono fatti innumerevoli disegni a colori, e venti modelli di gesso per prova . Il giardino anglo cinese segna la fine del giardino all’italiana e alla francese codificato in magnifici schemi geometrici intervallati da fontane e giochi d’acqua, diventando un luogo di piacere dove le sorprese, l’armonia, gli opposti, il selvaggio, il malinconico si avvicendavano. La Regina Maria Antonietta chiese al suo giardiniere Antoine Richard di creare un parterre di fiori colorati e profumati, di bulbi e rizomi sopratutto anemoni, giacinti e iris per esercitare sua figlia, principessa reale, al giardinaggio. Con l’avvento della Repubblica si documenta l’enorme investimento finanziario per realizzare il Petit Trianon e il suo giardino e nel 1795 le piante da frutto furono censite nell’inventario descrittivo ”4 et 5 Germinal An 3 de la Republique française Une et indivisible(25-26 mars 1795) da Jean-Pierre Peradon et Antoine Richard. Nel settembre del 2018 una studiosa di Storia del profumo e delle piante officinali ed insegnante alla scuola dei profumi a Versailles, Élisabeth de Feydeau ha pubblicato il volume : ”L’Herbier de Marie-Antoniette “ sous la direction d’Alain Baraton . In questo elegantissimo volume pubblicato da Flammarion vengono presentate tutte le piante da fiori presenti nel Giardino della Regina illustrate con bellissime riproduzioni a stampe a colori. La Peonia non c’è come non è presente nell’indice delle specie citate. Perché? Come mai Maria Antonietta non fece piantare nel suo giardino anglo cinese il tubero di Peonia? Perchè manca il fiore prediletto dai cinesi che era già ben conosciuto ed apprezzato in Turchia da Solimano il Magnifico ed poi in Europa come Jan Bruegel aveva documentato e certificato dipingendolo nei suoi quadri? Questo è un mistero ....la Regina Maria Antonietta fu appassionata collezionista di fiori artificiali che dal 1782 iniziò ad acquistare dalla modista Madame Rose Bertin che aveva il negozio a Parigi “il Gran Mogul“ in rue Saint Honore. La Regina, che riceveva la modista due volte a settimana, acquistò centinaia di questi fiori artificiali realizzarti con stoffe e sete pregiatissime che poi utilizzava per decorare gli abiti, adornare cappelli e parrucche. Dopo un secolo, in Italia, troviamo “la donna più bella del mondo“ Lina Cavalieri che sugli abiti faceva cucire i gioielli ricevuti in dono dai suoi ammiratori alternandoli a veri e falsi fiori, tra cui le peonie. Famosissime sono le foto che la ritraggono di trequarti avvitata in abiti di velluto nero decorati con fiori freschi o ricamati tra cui le peonie, le rose, i lilium. La Cavalieri è un simbolo della bellezza femminile celebrata dallo straordinario fermento artistico e creativo che l’art nouveau parigina aveva inaugurato e che il gioielliere Rene Lalique coi suoi meravigliosi gioielli in oro dipinti con smalti policromi, superando il limite della bidimensionalità, creando dei magnifici tromple-oeil caratterizzò. La fama della Cavalieri fu tale e tanta ed ancor oggi si ricorda e la rivediamo dipinta nelle opere del famoso designer milanese Piero Fornasetti: la sua musa.












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© Imelde Corelli Grappadelli, May 2019

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