GIOIELLO IDEALE

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martedì 18 ottobre 2016

Il tesoro della corona Savoia

Il 5 giugno1946 Umberto II di Savoia, perso il referendum, ordinò al Ministro della Real Casa Falcone  Lucifero, di consegnare i Gioielli della Corona Savoia nelle mani del Governatore della Banca d'Italia Luigi Einaudi perché li conservasse nel caveau della Banca d'Italia a disposizione di chi di diritto.Il Governatore replicò "questi gioielli erano i suoi, nessuno gli avrebbe chiesto nulla se egli avesse continuato a tenerli". Il 13 giugno dall'aeroporto di Ciampino l'ultimo re di Italia volò verso il Portogallo dove raggiunse la famiglia in esilio.I Gioielli della Corona ad oggi sono custoditi nel caveau della Banca d’Italia dove furono riposti nel 1946, conservati all'interno di un astuccio di pelle a tre vassoi,che misura cm. 39x31x20, con chiusura a chiave, incartato in un foglio di carta catramata e sigillato con 11 sigilli: 5 sigilli del Ministero della Real Casa, 3 della Banca di Italia di Roma, 3 della Banca di Italia -Cassa Centrale - reparto controllo.Il verbale di deposito riporta la perizia ad opera del Sig. Davide Ventrella, presidente della Federazione Nazionale Orafi d'Italia, che fece una dettagliata descrizione degli oggetti inventariati, dichiarati tutti gioie autentiche e di rilevante valore, ma non li stimò perché non richiesto. Per una superficiale curiosità studiando i verbali ho contato circa 6.298 diamanti di vario peso e taglio per un totale di 1.702 carati, un eccezionale diamante rosa dono del maresciallo Marmont, 64 perle rotonde e 11 perle a goccia.Il nucleo dei Gioielli della Corona nasce la notte del 29 luglio 1900, a Monza, quando re Umberto I muore assassinato per mano dell'anarchico Gaetano Bresci.Quattro giorni più tardi la Regina Margherita, di suo pugno, sotto l'elenco dei gioielli scrive questo biglietto d’accompagnamento: "I gioielli della Corona sono stati consegnate a sua Maestà Regina Elena, mia nuora, il giorno 2 agosto1900, in Monza. Margherita".Da questo momento in poi esisterà il Tesoro dei Gioielli della Corona Savoia, che saranno indossati dalla Regina Elena nelle occasioni ufficiali, previa una richiesta formale scritta e verbale ed emissione di ricevuta di avvenuta restituzione.

La Regina Maria José non li indossò mai. Questi gioielli di straordinaria bellezza e valore erano stati regalati alla Regina Margherita dal re Umberto I riutilizzando pietre, diamanti e perle di proprietà della famiglia Savoia, veri capolavori d’arte orafa piemontese, in gran parte realizzati dal gioielliere Musy di Torino.La storia di questo tesoro conosce momenti drammatici durante gli ultimi anni della guerra: la sera del 6 settembre 1943, re Vittorio Emanuele III, convocò a villa Savoia il direttore capo della Ragioneria del Ministero Di Casa Reale Livio Annesi e il direttore generale del Ministero della Casa Reale conte Vitale Cao di S.Marco perché mettessero al sicuro i gioielli della Corona. Erano custoditi nella cassaforte n.3 del Palazzo del Quirinale ed era lì che la Regina quando doveva indossarli faceva formale richiesta e alla restituzione firmava la ricevuta di reso.Decisero di portarli alla Banca di Italia e così fecero, presero l'astuccio di pelle lo avvolsero in un foglio di carta anonima e lo depositarono nel caveau della banca .Compiuta l’operazione Livio Annesi e Vitale Cao di S. Marco si recarono al Banco di Roma facendo un’operazione analoga  aprirono una cassetta di sicurezza che lasciarono naturalmente vuota. In questo modo avevano depistato il luogo del reale deposito.Dopo pochi giorni la situazione politica italiana precipitò, a Napoli i tedeschi avevano razziato il contenuto delle cassette di sicurezza di Banche ed Istituti di credito devastandoli. In tutta fretta si decise di ritirare i gioielli dal deposito della Banca d’Italia e di nasconderlo in altro luogo. Ma come fare? Era veramente rischioso. Il 23 di settembre al mattino si decise di incaricare il Comandante dei Corazzieri Ernesto De Sanctis del ritiro dell'astuccio dalla Banca d'Italia quando la stessa  banca era già controllata dai paracadutisti tedeschi.Narrano che De Sanctis, accompagnato da un suo ufficiale di ordinanza, entrò con passo sicuro dicendo di essere atteso dal direttore della Banca d'Italia Luigi Einaudi; in brevissimo tempo gli fu consegnato il tesoro che fu subito miracolosamente riportato al Quirinale.Di nuovo Livio Annesi e Vitale di S. Marco pensarono di nasconderlo sottoterra usufruendo di un cunicolo scavato nel XVI secolo sotto la "Manica Lunga” costruito per collegare il Quirinale con Palazzo Barberini verso la chiesa di S. Andrea al Quirinale.I due aiutati nell’impresa dal muratore Fidani scavarono una nicchia del muro del cunicolo, inserirono il pacchetto e la chiusero ricoprendola con grosse pietre trovate lì vicino. Pochi giorni dopo un ufficiale tedesco accompagnato da due sottufficiali chiese di incontrare Livio Annesi e pretese il tesoro della Corona Savoia per il Führer mostrando l'Ordine scritto.Ma Annesi rispose rammaricato che il tesoro non c'era più e che il re lasciando la capitale lo aveva portato con se, ma l'ufficiale tedesco volle ispezionare ugualmente la cassaforte del Quirinale n.3 che naturalmente trovò vuota.Il 6 giugno 1944 al rientro di Umberto di Savoia come luogotenente del Regno, al Quirinale, venne riportato alla luce il tesoro e rimesso al suo posto nella cassaforte n.3.Il 9 Maggio 1946 il re Vittorio Emanuele III abdicò in favore di suo figlio Umberto II. Da Napoli Vittorio Emanuele ed Elena, col titolo di conti di Pollenzo, partirono per l'esilio verso l'Egitto, prima di lasciare l'Italia il re scrisse a De Gasperi una lettera nella quale dichiarava che voleva lasciare al popolo italiano il Corpus Nummorum Italicorum, la sua collezione di monete antiche composta da 90.000 pezzi, per ripagare lo Stato Italiano di quanto speso per il suo appannaggio per i quarantacinque anni di suo regno.Attualmente questa straordinaria collezione dal valore inestimabile non ha ancora trovato una collocazione. Una parte è esposta nel piano seminterrato di Palazzo Massimo alle Terme a Roma.


© Imelde Corelli Grappadelli, October 2016
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martedì 4 ottobre 2016

SAN PETRONIO PATRONO DI BOLOGNA

San Petronio l’ottavo vescovo di Bologna, tra il 431 e il 540, era nato in una famiglia benestante, il padre era prefetto del pretorio nelle Gallie, e molto probabilmente avrebbe seguito la carriera del padre se non avesse subito il fascino di Sant'Ambrogio decidendo così di abbracciare il sacerdozio. Gli scrittori Eucherio e Gennadio parlano di lui storicizzandolo.
Vescovo a Bologna in un periodo molto complesso e critico per la storia della città, la fine del tardo impero Romano ricoprì incarichi politici, civili e religiosi.. Fece edificare la
Particolare del reliquiario
di Jacopo da Roseto
chiesa di Santo Stefano detta"Gerusalemme" e  quella di San Giovanni “in Monte Oliveto” entrambe le chiese facevano esplicito riferimento alle chiese della Terrasanta. Alla sua morte fu sepolto nella chiesa di Santo Stefano dove era raccolta la sua eccezionale collezione di Reliquie dei Santi Martiri. Due leggende una in latino e una in volgare diffusero il ricordo di questo Vescovo attribuendogli miracoli: nel 1376 il Comune di Bologna riconosceva nell’operato del Vescovo Petronio quei valori che il popolo bolognese guelfo e repubblicano invocava, e decise di incaricare l’orafo Jacopo Roseto di costruire un magnifico reliquiario d'oro, smalti, cristalli dove custodire il capo di San Petronio per esporlo durante le processioni pubbliche. Jacopo Roseto firmò il suo capolavoro e successivamente ne realizzò uno simile per il capo di San Domenico.  Nel 1388 si decide la costruzione di una grande chiesa in suo onore, il 7 giugno 1390 iniziarono i lavori.
Basilica di San Petronio
Nel 1393 un Decreto Comunale stabilì il 4 ottobre quale data per la cerimonia ufficiale dei festeggiamenti di San Petronio e in questa occasione i monaci di Santo Stefano avrebbero ceduto in prestito le reliquie del corpo del Santo, dopo avere in cambio ottenuto  delle importanti garanzie. Le Reliquie quindi alla sera del 3 di ottobre venivano trasferite nella Basilica di San Petronio, la sera del 4 venivano ricondotte alla chiesa di Santa Gerusalemme con una solenne processione. Il vescovo Nicolò Albergati nel 1429 fu il primo a compiere questo rito che annualmente si ripeteva identico: alla vigilia della festa del Santo i monaci di Santo Stefano prestavano alla Fabbrica della Basilica Petroniana composta da membri del Senato Bolognese dietro la garanzia di diecimila scudi d’oro la reliquia  e redigevano ogni volta un rogito di riconsegna rigidamente descritto. Nel 1717 al termine della processione di riaccompagnamento della reliquia alla chiesa di Santo Stefano i canonici di San Petronio elargirono una solenne benedizione al popolo e questa non era stata concordata nel rogito. Iniziò così una lite tra i monaci e i canonici discussa prima davanti al Vicario Generale di Bologna poi a Roma davanti alla Rota. Nel 1720 la sentenza fu favorevole ai monaci, ma i canonici si appellarono contro di essa. Un compromesso pose fine alla lite nel 1722.
Altare di San Petronio
Il Cardinale Lambertini prima come vescovo di Bologna aveva espresso il desiderio di donare alla Basilica di San Petronio la reliquia con il capo del Santo, poi da Papa nel 1740 decretò che il capo di San Petronio fosse per sempre conservato nella basilica  e il 25 novembre 1741 il Capitolo Definitoriale della Congregazione Celestina riunitosi a Napoli accettò la decisione del Papa Benedetto XIV. Nel frattempo il cardinal legato Pompeo Aldrovandi aveva fatto decorare ed adornare un magnifico altare all’interno della Basilica, il secondo a sinistra entrando.
Il 10 luglio 1743 un Breve di Papa Benedetto XIV annunciava di avere donato la reliquia del capo di San Petronio alla Basilica che fu posta in un nuovo reliquiario realizzato dal celeberrimo orafo romano Francesco Giardoni in oro, argento e lapislazzuli.
I monaci di Santo Stefano ebbero indietro il magnifico reliquiario trecentesco di Jacopo Roseto e lo utilizzarono per esporre un'altra reliquia del Santo. Oggi possiamo ammirarlo tutto l’anno  esposto nel museo della chiesa, mentre il reliquiario di San Petronio del Giardoni è visibile solo il 4 di ottobre di ogni anno. Recentemente anche altre reliquie del corpo di San Petronio sono state traslate in Basilica dentro il loro cofanetto originale ed anche queste possono essere viste solo il giorno della festa.


© Imelde Corelli Grappadelli, October 2016
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giovedì 30 giugno 2016

I santissimi Apostoli Pietro e Paolo e lo smeraldo di Papa Benedetto XIV

Il ventinove di giugno si festeggiano i santissimi Apostoli  Pietro e Paolo anche a Bologna dove nel Tesoro della Cattedrale di San Pietro è conservato un magnifico gioiello che li celebra una fibbia da piviale in rame dorato che ha incastonato un gigantesco smeraldo intagliato che li rappresenta.
L’abilissimo autore di questo intaglio su smeraldo fu Carlo Costanzi nato a Napoli nel 1703, ma vissuto a Roma dove morì nel 1781. Era figlio di Giovanni che secondo una notizia riportata dal Giulianelli sarebbe stato il primo ad incidere sul diamante una testa di Nerone che appartenne ad un tal Priore Vaini. Carlo fu un abilissimo intagliatore di pietre preziose ed imitatore degli antichi.  Ottenne un grandissimo successo  e superò la fama del padre, ricevette commissioni da ogni parte d'Europa e conseguì grandissimi onori: gli fu conferito dal papa Benedetto XIII l’Ordine del Cristo e quello di S.Giovanni in Laterano. Dai Conservatori del popolo romano fu incluso fra i gentiluomini che fecero da paggi nel corteo papale il giorno in cui Benedetto XIV andò a prendere possesso  in S.Giovanni in Laterano (1740). Successivamente nominato caporione di Roma ricoprì cariche annuali e trimestrali in Campidoglio; fu diplomato conte e nobile romano,e  gli furono conferiti ordini equestri da due re stranieri,oltre ad essere nominato precettore delle antichità dal principe di Galles. Molti lo criticarono per questa sua  ambizione e desiderio di onori, e lo derisero per il suo fisico infelice chiamandolo “il gobbo costanzo”oppure “gobbo, giovane virtuoso in intagliare gemme, ma vano e temerario”(F.Valesio, Diario Di Roma).
La sua abilità gli permise di incidere le gemme più preziose, diamanti, calcedoni, topazi, agate veri capolavori di arte. Si narra che per il Cardinale Polignac nel 1729 incise la Medusa di Solone su di un calcedonio dello stesso colore e dimensioni dell’originale, tanto da trarre in inganno i più esperti, poi su un diamante incise una testa di Antinoo per il re del Portogallo e un  ritratto a  Caterina II di Russia, e un Galba su un diamante per il principe Eugenio di Savoia. Carlo Costanzi considerava lo smeraldo intagliato che misura cm.2,8x3,5 con le teste di San Pietro e Paolo e del papa Benedetto XIV il suo capolavoro: gli fu commissionato dal Cardinal Lante che lo donò al Papa Benedetto XIV  che a sua volta ordinò che questo gioiello fosse portato a Bologna e depositato nel Tesoro di San Pietro.  Nel Diario Benedettino del 1746 si legge: “un pettorale consistente in uno smeraldo grande di figura ellittica, in cui sono intagliate  a risalto le teste dei SS. Appostoli Pietro e Paolo da una parte, e dall’altra l’effige di sua Santità con puttini: lo smeraldo è contornato da 14 rubini e 14 brillanti, e nella parte superiore vi sono due spille d’oro incurvate”. 
Questo gioiello non si salvò dall’alienazione dei francesi, mentre lo smeraldo che era stato smontato preventivamente e poi nascosto è giunto a noi. A Bologna all’inizio dell’Ottocento  si costruì una nuova montatura della fibbia da piviale questa volta in rame dorato e decorato da diamanti, rubini, ametiste e perle. L’orafo che eseguì il gioiello si chiamava Francesco Melloni figlio di Bartolomeo attivo dal 1780 al 1818 a Bologna e che fu anche stimatore del sacro Monte di Pietà. La nuova fibbia da piviale ha una forma ovale misura cm. 9,5x11,3 di rame dorato, il bordo esterno è definito da una fila di piccole perle in fila serrata, mentre circondano lo smeraldo otto grandi ametiste alternate a croci formate da due rubini e due brillanti. Durante i lavori di restauro nel 1997 si è trovata nella parte interna una scritta fatta con inchiostro di china: ”Francesco Melloni Zoliere e incisore fece questo bacello”. 
Oggi possiamo ammirare in tutto il suo splendore nelle sale del Tesoro nella Cattedrale di S.Pietro a Bologna questo smeraldo di grandissima qualità che il Corsi ha intagliato su entrambi i lati e nella trasparenza della pietra si intravvedono e si sovrappongono i visi di profilo dei due Santissimi Apostoli  entrambi barbuti, a sinistra S. Pietro più vecchio, canuto e stempiato guarda S. Paolo che oltre alla barba ha lo zigomo molto pronunciato. Nel verso dello smeraldo è intagliato il profilo a sinistra di papa Benedetto XIV affiancato da due angioletti che reggono un cartiglio "Coelo repente" e la firma dell’incisore “Cavalier Carlo Costanzi F.” (fecit).

© Imelde Corelli Grappadelli, June 2016
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domenica 26 giugno 2016

IL DIADEMA UN ACCESSORIO SENZA TEMPO

Il diadema torna ad essere un accessorio “must to have “. Recentemente lo abbiamo visto indossato tra i capelli di algide modelle, spose, signore eleganti.  Evoca la bellezza muliebre e la incorona ma è stato anche simbolo del potere e indossato da re e imperatori realizzato in materiali preziosi per esaltarne ed evocarne la discendenza divina. Oggi desidero presentarvi uno dei più belli ed interessanti diademi del nostro patrimonio archeologico: il diadema degli Ori di Canosa conservato al Museo Archeologico di Taranto (inv. n. 22.437). Mentre si apriva una trincea per la  fognatura sulla via Consolare che da Canosa (BA) conduce a Cerignola, il 14 maggio 1928 fu scoperta una tomba del tipo a “camera” che per la magnificenza del corredo aureo in essa contenuto fu denominata “la tomba degli ori di Canosa”.

Come riferisce Renato Bartoccini (la Tomba degli ori di Canosa, Japigia 1935, anno VI, Bari) il corredo era composto da un diadema, una collana, un paio di orecchini, uno scettro, un piccolo anello, una coppia di bottoni, una battrea e molti fili d’oro che appartennero ad una ragazza di 14 anni ,la principessa Opaka Sabaleidas. Storditi  dalla ricchezza del tesoro i  rinvenitori  esaltati trascurarono molti altri reperti di diversi materiali, vetri e argenti fortemente ossidati che tuttavia e fortunatamente furono recuperati in seguito. Il diadema di Opaka detto il Diadema di Canosa è un capolavoro d’oreficeria  realizzato nel III sec. a.c.: una fascia d’oro  formata da due sezioni a forma di canale degradante e snodato al centro, decorata da un festone continuo di fiori smaltati alternati a nastri, girali di acanto e di vite. Andava appoggiato sul capo e fermato con un nastro sulla nuca. Purtroppo il peso del terreno lo aveva schiacciato e danneggiato quindi fu restaurato dal sig. Narducci sotto il controllo dell’archeologo Renato Bartoccini. Il peso del diadema è di gr.145, il diametro interno misura cm.15 per una circonferenza di cm.47,2. Il peso e la robustezza delle lamine fanno escludere che questo fosse un diadema di uso funerario e rappresenta un interessante reperto che ad oggi non ha paragoni. Il diadema presenta un corpo a canale ricurvo, snodato al centro da una cerniera, per permettere di indossarlo facilmente e di adattarlo all’acconciatura. Il serto fiorito viene sostenuto da una lamina interna al canale che rimane nascosta dall’esuberanza della decorazione floreale. Le estremità del canale d’oro appaiono assottigliate e chiuse da un tampone sempre in oro che è decorato da una elegantissima foglia di acanto e porta saldato al centro un anellino sospensorio nel quale scorreva un nastro per legare il diadema sulla nuca. La struttura che vado a descrivervi è molto complessa quindi utilizzerò i disegni che feci studiando il reperto archeologico quando mi recai al museo di Taranto nel luglio1978 e il soprintendente era il prof. Felice Lo Porto. Il titolo della mia tesi è ”Tecnologia dell’oro nell’antichità” quindi ho studiato il processo tecnico e tecnologico eseguito dall’orafo per realizzare il gioiello: era vietato fotografare i reperti anche se erano oggetto di tesi di laurea, però potevano essere disegnati.




Il diadema di oro è formato da due lamine profilate ad U degradanti, (fig.1) i sottili bordi della lamina ripiegati sono decorati con un filo  profilato di eccezionale fattura sbalzato ad ovuli e fuselli ottenuti a    stampo su matrice e poi saldato sulle lamine ripiegate (fig.2). Il decoro è rappresentato da un festone di circa 150 fiori d’oro i cui petali sono smaltati con paste vitree verdi, bianche, rosse, azzurre e granuli d’oro. Questo festone è fissato nel centro del canale con un ingegnoso sistema di legature onde evitare di danneggiare col calore della saldatura i fiori realizzati e già smaltati. Per questo motivo nel centro del canale, che nel punto più largo misura circa 2 cm. è fissata meccanicamente una lamina d’oro di cm.0,4 di larghezza da quattro graffette che si chiudono ripiegandosi a libro. Su questa lamina sono    saldati       ancoraggi  che servono a sostenere gli “alberini”con quattro rametti su cui sono fissati a loro volta i fiori; questi ancoraggi sono realizzati da due corte mezze cannette saldate parallelamente  tra loro e bloccano i fiori realizzati e già smaltati senza bisogno di saldature.(fig.3). Le legature agli ancoraggi sono fatte tutte nello stesso modo, il filo saldato alla base dell’alberino si muove con la stessa sequenza d’ingresso ed uscita dai due anelli in concordanza di orientamento. Inoltre il risultato è tale che la legatura sia resistente alla trazione e alla torsione proprio come una saldatura. (fig.4). 



Ogni alberino ha 4 rami alle cui estremità vengono agganciati i fiori già smaltati con una seconda legatura utilizzando un’asola che ogni fiore ha saldata sotto la corolla (fig.5). I fiori sono di quindici tipi differenti e di questi sei sono ricorrenti: 1) fiore a cinque petali in cui l’androceo è costituito da pasta vitrea rossa incastonata in pistilli d’oro, i petali sono rifiniti sui bordi da filo godronato e da un granulo d’oro, alcuni pistilli sono smaltati di bianco e i petali sono decorati sui bordi da filo godronato e smalto blu scuro (fig.7); 3) fiore a quattro petali oblunghi in cui l’androceo è costituito da pistilli smaltati di bianco e i petali a bordo liscio sono ricoperti da pasta vitrea color beige (fig.8); 4) fiore a otto petali lanceolati sovrapposti a due e due ,sono smaltati in verde chiaro e quelli più interni sono in color sabbia e oro e l’androceo è costituito da gocce di smalto bianco (fig.9); 5) fiore a cinque petali leggermente oblunghi smaltati con pasta vitrea color sabbia, tra petalo e petalo sono saldate delle piccole sferette di oro, l’androceo è costituito da piccoli pistilli smaltati di bianco (fig. 10); 6) fiore a forma di girasole composto da petali godronati sui bordi con smalto incolore che crea l’effetto dello smalto guillochè alternati a petali smaltati in color oro più scuro (fig.11). 




Fra due alberini c’è un segmento di nastro a tre colori che si ripete simmetricamente. I nastri sono lastrine suddivise in tre scanalature sbalzate decorate a godroni e smaltate di verde, blu, sabbia e marrone, fra gli alberini ed i nastri è stato intrecciato un filo a sezione triangolare dello spessore   millimetrico che si avvolge a volute a formare ricci e viticci. Questo filo risulta fissato solo in alcuni punti per cui col movimento della testa provocava un tintinnio caratteristico nei diademi dell’epoca. Avvincente è la storia di questo diadema e di tutto il tesoro degli ori di Taranto, una collezione composta da 200 pezzi di oreficeria. Nel febbraio 1943 per proteggerlo dal bombardamento aereo il sovrintendente archeologico Ciro Drago dispose di racchiuderli in due cassette di legno e di trasferirli a Parma nel caveau   blindato della Banca Commerciale Italiana come aveva consigliato il Ministro dell’Educazione Nazionale Giuseppe Bottai perché era a prova di bombardamento aereo. L’8 settembre divise l’Italia in due parti e a Taranto si temette per la sorte del tesoro Si interpellò anche il Vaticano per riuscire a tornarne in possesso. Invece non tardò ad arrivare dal Ministero della Educazione Nazionale della Repubblica Sociale Italiana l’”Ordine di Immediata Consegna” del tesoro. I funzionari della banca aiutati in questo dai vertici della Direzione Centrale a Milano riuscirono ad evitare di consegnarlo alla Repubblica di Salò e finalmente a luglio del 1945 ritornarono a Taranto, dove ancora oggi possiamo ammirarli nelle sale del MARTA, Museo Archeologico di Taranto.

© Imelde Corelli Grappadelli, June 2016
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giovedì 9 giugno 2016

Un matrimonio da favola

Sabato scorso a Mosca una festa di nozze da mille e una notte ha celebrato il matrimonio fra l’armeno Sargis Karapetyan e la georgiana Salomé Kintsurashvili. 

Questo matrimonio costato qualche milione di dollari si colloca al primo posto per la sua eccezionalità e stravaganza attirando gli sguardi divertiti e critici di tutto il mondo.  I magnifici  saloni del  famoso ristorante Safisa hanno ospitato l’evento e i cinquecento invitati sono stati accolti nella reception completamente trasformata in un bosco magico e magnificoGli ospiti hanno attraversato questo  incredibile foresta con laghetti realizzata seguendo una complessa  scenografia utilizzando milioni di fiori, luci, alberi veri e alberi falsi decorati con veri fiori.  Le magnifiche orchidee, rose, peonie, ortensie, lilla, mughetti  danno vita  alle decorazioni multicolori nei toni del rosa, bianco verde chiaro, lavanda, fuxia, sia per il bosco che per le decorazioni  a grande ballon che scendono dall’alto come centrotavola sospesi che per il flower-wall difronte al quale gli sposi posano per le foto con gli amici. Lo sposo ventitreenne Sargis Karapetyan è il figlio di Samuel Karapetyan, al 28° posto nella lista Forbes dei russi più ricchi, di origine Armena è il proprietario del Real Estate Tahir Group che possiede tra l’altro 33 shopping center e 8 alberghi di lusso in Russia.
Tuttavia fino ad oggi quasi sconosciuto. La sposa Salomé, venticinquenne, georgiana, laureata alla School for the Creation of new Phototonics Industries è co-proprietaria di un negozio on-line che vende abiti vintage di grandi marche che si chiama Buy By Me.  Dicono che nei patti prematrimoniali sia decisa l'interruzione di questo lavoro. Salomé  durante la festa ha cambiato tre volte d’abito. 
Vestito 1

Vestito 2
Vestito 3
Il primo è l’abito da sposa disegnato da Elle Saab, designer libanese prediletto dalla regina Rania di Giordania e dalle spose milionarie per il loro matrimoni da favola come quello tra Kim e Kamje Khadija, di colore bianco avorio, glitterato, ha una linea a sirena, maniche lunghe, strascico. Si ipotizza il costo di $ 35.000.   Il secondo abito è il costume tradizionale dei danzatori armeni con cui ha deliziato i suoi ospiti esibendosi in una danza nuziale rituale assieme al marito ed a un nutrito corpo di ballo: devo dire con molta grazia ed eleganza. Il terzo abito rosa pallido  dress lace disegnato da Alessandra Rich per le foto ufficiali.  Tra i gioielli indossati splendido il diadema Tiffany Savoy: 25 carati di diamanti, perle coltivate di acqua dolce, platino. Il Diadema Savoy è ispirato ad un gioiello creato da Tiffany negli anni Venti come quello indossato da Carey Mulligan quando balla con Leonardo di Caprio nel film “il Grande Gatsby”. 
Diadema Tiffany Savoy
Un gioiello ispirato al glamour della Jazz Age pur ricordando la grande gioielleria dell’Art Decò nella incastonatura a giorno dei diamanti, nei fiori stilizzati e nell’alternanza dei diamanti taglio baguette e brillante. Si pensa che questo diadema valga $200.000. Ad allietare la serata il gruppo musicale pop-rock statunitense Maroon 5 con il famosissimo cantante-chitarrista Adam Levine che sembra si sia accontentato di un assegno da $800.000. 
Infine la wedding cake, completamente bianca, di nove piani e interamente ricoperta da rametti di fiori bianchi, ma talmente alta che sembrava una torre!

© Imelde Corelli Grappadelli, June 2016
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mercoledì 1 giugno 2016

ORAFI E ARGENTIERI A BOLOGNA NEI SECOLI XII E XIV

“E’ conveniente che la Compagnia degli Orefici compaia con decoro nelle pubbliche funzioni con il Signifero avanti e con gli uomini muniti ciascuno di una torcia accesa ….. per quanto riguarda le opere di misericordia, nella solennità di Natale e Pasqua il Massaro può dispensare la somma di venti lire di quattrini a luoghi pii; …. in caso di lunga malattia di un orefice due membri del Consiglio saranno deputati ad andare a visitarlo e consolarlo e trovandosi egli in stato di bisogno a soccorrerlo fino alla somma di sette lire e mezzo; e se il suo bisogno fosse maggiore ne riferiranno al Consiglio il quale potra’ deliberare un maggiore aiuto ….. Nell’occasione della morte di un orefice saranno celebrate a suo suffragio a spese della Compagnia dodici messe e gli uomini del Consiglio preceduti dal Signifero e con le torce accese andranno ad onorarne la sepoltura e per tutto il giorno le botteghe rimarranno chiuse in segno di lutto”.  Così si legge nello Statuto licenziato il 28 gennaio 1672  il settimo Statuto approvato dal 1289, anno di fondazione della corporazione delle Arti Orafe ed è lo statuto più completo e complesso nel quale vengono considerati tutti gli aspetti del mestiere sia per quanto riguarda il controllo dell’Arte, le cariche degli Ufficiali predisposti al controllo dell’Arte, i parametri di tolleranza dei titoli di bontà della lega di oro e argento. Le botteghe degli orafi  erano nella Ruga degli Orefici-oggi detta il quadrilatero, una zona compresa da via degli Orefici, via Drapperie, via Pescherie, vicolo Ranocchi, e solo qui potevano stare: nelle botteghe si lavoravano i metalli preziosi, oro e argento e le tecniche di lavorazione  dovevano garantire la bontà del titolo della lega cioè la percentuale di metallo puro minima  che doveva essere contenuta nella lega. Il titolo della lega era stabilito negli Statuti e veniva nominato un Rettore -eletto ogni sei mesi tra gli orafi che componevano il Consiglio- che aveva il compito di controllare che tutto si svolgesse nel rispetto dello Statuto e quindi anche che il titolo della lega d’oro e di argento rispettasse i parametri di tolleranza. Nello statuto del1336  si stabilisce che  il Rettore fosse preposto specificatamente alla disciplina delle lavorazioni dei metalli all’interno delle botteghe; ha un suo consiglio formato da cinque uomini di buona fama scelti da lui tra i migliori, oltre ad un notaio ed un nunzio a sua disposizione. Deve visitare le botteghe, controllare il titolo dei preziosi, può concedere, dopo l’approvazione dell’Arte, le licenze temporanee agli stranieri che vogliono lavorare o commerciare a Bologna per un periodo di tempo definito, il rettore può multare. Alla fine della sua carica il suo operato sarà controllato da due sindaci. Lo statuto del 1299 aveva stabilito che la bontà del titolo dell’argento usato per le oreficerie fosse pari al Bolognino grosso cioè di 883 millesimi, pari a 9 once e 22 denari di argento fino per libbra. Tuttavia il 5 novembre del 1355 a seguito di una denuncia e querela furono processati 22 orafi bolognesi per avere esercitato da oltre 40 anni l’attività in modo fraudolento utilizzando una lega di argento inferiore, cioè 9 once e 12 denari di argento e 2 once e 12 denari di rame, anziché le 9 once e 22 denari d’argento stabiliti dallo Statuto del 1299.
Qui di seguito i nomi di diciannove dei ventidue orafi:
Andrea Ugolini  della Cappella di san Biagio, Giovanni De Anellis della Cappella di Santa Maria del Tempio, Giacomo Bernardi della Cappella di san Senesio, Andrea Bilaqua, Branca maestro Mani della Cappella di san Giovanni in Monte, Pietro di Amedeo di Alberto di Calvo della Cappella di San Mamante, Pietro Canovini di Berto della Cappella di san Domenico, Colao di Gigliola della Cappella di San Martino dell’Avesa, Guglielmo Francesco Diotefe della Cappella di Santa Maria Maggiore, Lenius Bernardini di Bernardino della Cappella dei Santi Simone e Giuda, Fabiano di Mino di Lodovisis della Cappella di san Martino dell’Avesa, Maxignolus di Masini di Masignis della Cappella di S.Vitale, Andrea di Bartolomeo della cappella di s. Michele dei Leprosetti, Ghisilardi Fulcerio di Bartolomeo della Cappella di Santa Maria della Mascarella, Giacomo I Ottoboni di Pietro della cappella di S.Maria al Mercato, Pietro di Giovanni oreficie da San Ruffillo della cappella di S.Damiano, Pietro di Rodoaldo della cappella di S.Michele dei Leprosetti, Pietro di Brunalleli della cappella di santa Cecilia, Maestro Siro di Gerardo della cappella di Santa Cecilia. L’accusa era molto forte ed inquietante tuttavia gli orafi accusati non si preoccuparono eccessivamente perché all’interno della corporazione esisteva già un sistema di controllo molto accurato e severo ed i lavori prima della vendita venivano sottoposti al controllo e alla verifica del Rettore. Così quando furono convocati il 12 novembre a comparire davanti al giudice in tribunale non si presentarono e mandarono solo il Notaio e procuratore della corporazione degli Orafi Francesco di Buvalello di san Giorgio che ricusò dicendo che  il Podestà per l’accusa si rifaceva agli Statuti del 1299 che non recando nessuna nota di registrazione della camera degli Atti non avevano avuto l’approvazione quindi non avevano vigore. Inoltre era uno Statuto fatto da molto tempo e non era uniformato ai nuovi statuti del Comune. Riconobbe tuttavia che in realtà si lavorava un argento alla lega di 9 once e 12 denari “ad Tocham” e di 9 “ad Ignem” per allinearsi al titolo usato dalle vicine città e così fare fronte alla concorrenza degli orefici forestieri. ( ad Tocham e ad Ignem sono due modi differenti per provare il titolo del metallo. ad Tocham è lo sfregamento del metallo della pietra di paragone, detta tocca, e veniva usata per i lavori di piccola dimensione, mentre ad ignem è una operazione più complessa e distruttiva perché una parte di metallo lavorato veniva fuso. questo secondo metodo veniva utilizzato per oggetti di grande dimensioni.
Due furono i motivi che portarono gli orafi ad usare una lega così povera di argento puro: la diminuzione del valore della lega d’argento che nel 1299 costava 25 soldi l’oncia e trenta anni dopo era sceso a 23 soldi, poi la diminuzione del peso dei Bolognini grossi e del conseguente aumento del loro numero da 20 a 22 e mezzo per oncia. Il secondo motivo era la concorrenza degli orafi forestieri che lavoravano l’argento ad un titolo inferiore. Gli orafi infine lavoravano in ragione di due soldi di bolognino, quindi veramente con un margine minimo di guadagno. Muovendo queste obiezioni, chiedono all’Arcivescovo Giovanni da Oleggio di comandare al Vicario e alla Curia del Podestà, dopo avere chiarito la loro posizione e illustrato le loro motivazioni, di non molestarli più perché altrimenti a loro non restava che il vagabondaggio poiché non conoscevano altro mestiere. L’Arcivescovo, Signore di Bologna, Giovanni da Oleggio, ordinò di esaminare la causa sia al Vicario che alla Curia del Podestà. Malgrado la risposta rassicurante dell’Oleggio, era stata recapitata ai ventidue orafi una pesantissima condanna perché contemporaneamente il Giudice dei Malefici aveva proseguito il processo e, scaduto il termine entro il quale gli orefici dovevano presentare la loro difesa, il 3 dicembre pubblicò il bando con cui li condannava a pagare entro otto giorni al tesoriere del Comune di Bologna somme varianti da “20 a 150 lire di Bolognini a testa per un totale di 1432 bolognini. Una cifra ENORME!
Gli orafi reagirono spaventati infatti non si aspettavano questa multa, attendevano fiduciosi la risposta, per loro positiva, della inchiesta affidata al Vicario e alla Curia del Podestà ed erano,anzi, molto fiduciosi poiché il Signore di Bologna aveva accolto la loro domanda. A questo punto il tempo stringe, devono risolvere il problema prima che scada il termine degli otto giorni. Oppure ottenere un decreto di grazia  dal Signore stesso, Giovanni Oleggio:decidono di percorrere questa strada. Proprio in quei giorni Bologna è in festa per la felice conclusione della guerra contro Bernabò Visconti “ el di de sancto Ambrosxo se fe festa e vestisse tutte le compagni e fero gran bali e bagordi” (Villola, Cronache 1356). Gli orafi presentarono il 9 dicembre una seconda istanza all’Oleggio nella quale spiegavano la loro situazione. in buona sostanza c’era stato un equivoco: il Cancelliere Luchino Savio e Guido Lambertini avevano informato gli orafi dell’ordine imposto al Podestà di non procedere oltre contro gli orefici, per questo non sin erano presentati in tribunale: per questo equivoco erano stati multati, inoltre non avevano abbastanza denaro per pagare la multa, a mala pena vivevano col loro lavoro. Così dichiarandosi fedeli e devoti servitori supplicarono l’Oleggio ad avere misericordia e lo informarono di volere prendere parte ai festeggiamenti in corso e condividere la gioia dei cittadini bolognesi per la vittoria su Bernabò Visconti. Questo argomentazione piacque molto all’Oleggio che a sua volta aveva bisogno di trovare nuovi consensi fra i martoriati cittadini bolognesi: Bologna era una città turbata da continue guerre e nella più misera condizione,decise di credere alla buona fede e all’innocenza degli orefici. Il 9 dicembre 1355, quindi nella stessa giornata, Giovanni Oleggio emise un decreto favorevole agli orefici condannati sottolineando che , in occasione delle feste in onore della pace avevano partecipato con grande sfarzo ed esborso di denaro organizzando balli e divertimenti, perciò con ogni suo potere stabiliva e decretava che tutte le pene inflitte fossero rimesse. Il 12 dicembre 1355 il decreto presentato al Giudice dei Malefici fu registrato e la sentenza annullata. Questo processo così insolito e dalla conclusione così repentina e particolare da il fianco alla necessità di redigere un nuovo statuto per regolarizzare il nuovo stato dell’arte.
Il nuovo statuto viene approvato nel mese di febbraio 1356. Era Massaro dell’Arte degli Orefici Sirio di Gerardo Dolimani. Ministeriali Nicolò di Gigliolo, Fabiano di Mino e Domenico di Francesco, rettore Pietro di Salvo. Il nuovo statuto viene sottoposto ad una commissione di Sapienti convocata da Giovanni da Siena, Vicario generale dell’Oleggio ed approvato; il 27 aprile depositato e registrato nella Camera degli Atti del Comune: queste le nuove disposizioni: il titolo dell’argento deve essere pari a 9 once e mezzo di fino per libbra; le saldature devono essere di 9 once e un quarto di fino, e dove ne occorrono molte, di nove once soltanto. I bottoni d’argento debbono essere alla lega di otto once di fino, si tollerano quelli alla bontà di sette once già precedentemente fabbricati. Ogni Maestro deve avere il suo contrassegno inciso su un punzone di ferro e con esso bollare tutti i suoi lavori, poi il Rettore deve poi avere un suo segno con cui bollare tutti i lavori che gli saranno presentati purché rispondenti alla bontà dovuta previo assaggio a fuoco, quindi il lavoro con i due bolli può essere venduto. Le pene previste per i contravventori saranno di due soldi per ogni oncia di argento per la prima multa, espulsione perpetua dall’Arte in caso di più recidive. La decisione di scrivere un nuovo statuto quindi è determinata dalla necessità di bonificare e codificare una consuetudine “illegale” perché fuori dalle norme statuarie. La domanda che si pone lo storico è perché solo ora dopo un così lungo periodo di quaranta anni si decide di intervenire privilegiando e legalizzando una lega diversa per la lavorazione dell’ argento di quella fissata dagli statuti del 1299, ma anche: come è pensabile che nessun organo preposto al controllo avesse scoperto prima dei questo processo come stavano le cose da circa quaranta anni?
Il Sighinolfi ipotizza che questa situazione fosse tollerata per necessità per le condizioni politiche e per il mercato monetario sia a Bologna che nelle città vicine. La situazione politica a Bologna non era assolutamente tranquilla, Bernabò Visconti aveva inviato a Bologna un nuovo podestà milanese il quale congiurò invano contro Giovanni da Oleggio che d’altro canto aumentò il suo feroce controllo sulla città. Gli orafi avevano ottenuto il riconoscimento morale del loro operato con l’annullamento della condanna e poi riconosciuto legale con il nuovo Statuto per cui si dichiararono soddisfatti. Dopo pochi mesi tuttavia in 3 agosto 1356 il Vicario dell’Oleggio Petruccio Marsili da Modena riunisce una commissione per discutere se i nuovi Statuti degli orefici fossero politicamente utili all’Oleggio. Quindi furono convocati il Collegio degli Anziani, i Consoli e dieci Sapienti per quartiere, ma non si risolse il problema, per cui Petruccio Marsili riconvocò una assemblea di orafi in uguale misura favorevoli e contrari, per discutere il problema se fosse più conveniente lavorare alla lega antica del Bolognino Grosso o alla nuova dello Statuto del 1356. Il 22 agosto il Vicario convocò la Commissione dei Quaranta sapienti e degli Anziani, espose la questione del titolo della lega e confermò che la riforma degli Statuti di Febbraio era sembrata dannosa a quasi tutti. Per questo motivo si compilarono due capitoli con cui da una parte si ristabiliva l’antica lega del bolognino grosso e dall’altra si nominavano due sapienti per quartiere che dovevano provvedere a limitare la perdita agli orefici che avevano lavorato con la lega nuova. Il 5 settembre gli Otto Sapienti riaffermano la volontà di ripristinare la lega del Bolognino grosso dello Statuto del 1299 pur permettendo di commerciare per tutto il mese di settembre gli oggetti già lavorati. Per questo motivo viene nominato il 7 settembre un socio del Rettore per assumere le denunzie e provvedere all’assaggio. Il Sighinolfi ipotizza che tutta la questione della lega e del processo agli orafi fosse sollevata e voluta dai Cambiatori che erano in concorrenza con gli orefici. La risposta può ancora una volta essere politica, Oleggio aveva condonato agli orafi che lo avevano sponsorizzato nelle celebrazioni della vittoria e quindi aveva appoggiato un protezionismo contro le importazioni degli argenti. Invece i Cambiatori non sono soddisfatti dal nuovo statuto che li danneggiava e per due anni chiederanno modifiche e il ritorno all’antico statuto. Chiedevano di potere tenere ogni quantità d’argento anche lavorato a qualsiasi lega e vendere e comprare con l’indicazione della lega e del valore per oncia. Questa questione continua fino al 1359 quando viene accettato definitivamente lo statuto del febbraio 1356. Bologna il 1 aprile 1360 passa in mano al cardinale Egidio Albornoz, l’Oleggio schiacciato dalla pressione del governo Pontificio si ritira nelle Marche dove riceve una Signoria, una pensione annua di 12.000 fiorini e la garanzia di altri 80.000 fiorini, il soldo arretrato dei suoi mercenari.
© Imelde Corelli Grappadelli, June 2016
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giovedì 26 maggio 2016

I protagonisti dell’"Art Nouveau"



Lucien Falize


L'artista che espresse in modo significativo l'interesse per il mondo vegetale e le sue forme fu Lucien Falize (1839-1897) tanto che lo si considera un precursore di quella che sarà la "linea" Art Nouveau. Fu affascinato dagli smalti giapponesi e il suo più grande desiderio mai realizzato fu proprio quello di potersi recare in Giappone per vedere eseguire questi capolavori in miniatura. L'interesse per le tecniche di smaltatura lo portarono a sperimentazioni interessanti che eseguì con risultati eccellenti. Nel 1889 ottenne la Legione d'Onore all’Esposizione universale di Parigi, dove presentò un bracciale eseguito in collaborazione col suo socio Germain Bapts. I Bapts erano per tradizione i Gioiellieri della Corona. Si trattava di un bracciale d'argento decorato da una parte con una scena di caccia al piccione ispirata alla favola di La Fontaine "Le deux pigeons", e dall'altra da una epigrafe che riportava due versi della favola stessa. Quindi un capolavoro di straordinaria difficoltà. Falize approfondì lo studio delle tecniche che divulgò scrivendo nella rivista di Bing: "Revue des Arts Dècoratifs" nelle quali si firmava Messier Josse: l'orafo del "dottore innamorato" di Moliere, ed espresse praticamente il suo pensiero estetico creando un gioiello dove il suo valore non fosse quantificato, o soffocato, dal bagliore delle pietre preziose incastonate, ma dalla sua forza cromatica e stilistica. Sosteneva che le gemme troppo luccicanti e preziose tolgono forza alla decorazione ed al dettaglio della ornamentazione. Quindi di conseguenza predilisse l'uso degli smalti e del colore utilizzando delle tecniche nuove come il "cloisonnè sur pallions" o "a rilievo". Lo smalto "cloisonnè sur pallions" è uno smalto trasparente molto brillante poiché ingloba delle minuscole pagliuzze d’oro; lo smalto a "rilievo" usa uno sfondo opaco ricoperto da strati successivi lucidi e trasparenti.
Scatola smaltata di Falize
Studiare è fondamentale per la crescita artistica dell’oreficeria europea, e in particolare studiare le tecniche della cultura giapponese che predilige forme pacate, pure, fresche e semplici, espressione di linee perfettamente spaziate e bidimensionali. Per Falize, Vever, Fontenay, Fouquet, Galliard e Lalique il Giapponismo rappresentò sperimentazione ed innovazione tecnologica. Nei laboratori orafi parigini si assunse manodopera giapponese, come nel caso di Lucien Gaillard che produsse magnifici gioielli laccati. In realtà la tecnica dello smalto era praticata con risultati straordinari nei secoli precedenti specialmente in Francia, poi era caduta in disuso quando Luigi XIV nel 1686 perseguitò e cacciò i protestanti dalla Francia. Gli smaltatori erano nella quasi totalità di fede protestante e quindi accusati di eresia furono uccisi o imprigionati, o costretti all'esilio in Svizzera. Tra questi si ricorda il soave e grandissimo smaltatore miniaturista Jean Petitot (1607-1691) che realizzò numerosi ritratti del re Luigi XIV, che regalava ai suoi benefattori. Una di queste miniature smaltate è conservata a Bologna perché fu donata a Cesare Malvasia che gli aveva dedicato la sua opera Felsina Pictura. Gli artisti di Art Nouveau si applicarono e gli studi e le ricerche per recuperare queste tecniche diedero risultati stupefacenti. Una straordinaria testimonianza ci viene dalle opere di Renè Lalique.

Renè Lalique



Collier Noisettes di Renè Lalique
Lalique era nato ad Ay nel 1860, giovanissimo entrò nella bottega dell'orafo Louise Aucoc, in seguito studiò all'Ecole des Arts Dècoratifs e dal 1875 al 1878 Arte rinascimentale e Arte giapponese alla School of Arts di Londra. Henry Vever nel suo libro Bijouterie Francoise (III Vol.), parlando di Lalique dice che era un ragazzino dotato per il disegno che quando d'estate andava in campagna nel paese materno di Ay nella Marna passava ore ad osservare le piante, gli alberi, i fiori e a studiarne le forme e i colori. A dodici anni vinse il primo premio di disegno, a quindici vendette alcuni disegni a mercanti di Epernay e questo lo riempì d’orgoglio. Quando nel 1876 la madre rimase vedova decise di imparare il mestiere dell'orafo che "ne n'était pas fatigant et permetait de gagner largement sa vie", (che non è troppo faticoso e ti permette di guadagnare bene) ed entrò nel laboratorio di Louise Aucoc. Giovanissimo a ventiquattro anni Lalique presentò le sue creazioni in occasione della mostra dei gioielli della Corona Francese che era abbinata alla Esposizione Delle Arti Decorative. Ottenne un successo clamoroso così decise da aprire un suo studio e si circondò di collaboratori estrosi e capaci nelle diverse tecniche di lavorazione. La grande intuizione di Lalique fu di sperimentare tecniche utilizzate nelle altre discipline e di adattarle poi alla oreficeria. Utilizzò la tecnica della riduzione matematica che era usata dagli incisori di medaglie per eseguire dei gioielli stupefacenti nella dettagliata accuratezza dei particolari. In realtà l'uso della riduzione matematica gli permetteva di ottenere in poco tempo dei risultati estetici validi, il disegno sembrava realizzato da un provetto cesellatore. Quando la concorrenza scoprì e copiò questa tecnica immettendo sul mercato una grande produzione di imitazioni di scarso contenuto artistico, e quindi di basso costo, fece sì che Lalique, alquanto indispettito, smettesse nel 1910 di produrre qualsiasi tipo di gioiello per dedicarsi invece alla manifattura di vetri, dove attivò tecniche specifiche dell'oreficeria come la fusione a cera persa. Creò un tipo di vetro detto "demi-cristal", lucente e malleabile che veniva dipinto con smalti e vernici patinate. Lalique fu un abilissimo smaltatore e i suoi gioielli denotano uno stile assolutamente personale e riconosciuto che divenne obbligatorio non solo in Francia ma anche in Germania, Belgio, Danimarca. I critici accolsero con entusiasmo il genere Lalique e nel 1900 trionfò all’Esposizione Universale di Parigi ed ottenne sia la Legion d'Onore che il Grand Prix. Era conquistato e conquistava con i suoi sensuali cardi, pavoni, ramoscelli e serpenti, le linee Art Nouveau, i pipistrelli e le sue orchidee, nonché achillee. Tutto diveniva linea in sintonia con Art Nouveau, come nel Collier Noisettes in oro, smalti, diamanti, peridoti e vetro.

© Imelde Corelli Grappadelli, May 2016
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