GIOIELLO IDEALE

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giovedì 26 maggio 2016

I protagonisti dell’"Art Nouveau"



Lucien Falize


L'artista che espresse in modo significativo l'interesse per il mondo vegetale e le sue forme fu Lucien Falize (1839-1897) tanto che lo si considera un precursore di quella che sarà la "linea" Art Nouveau. Fu affascinato dagli smalti giapponesi e il suo più grande desiderio mai realizzato fu proprio quello di potersi recare in Giappone per vedere eseguire questi capolavori in miniatura. L'interesse per le tecniche di smaltatura lo portarono a sperimentazioni interessanti che eseguì con risultati eccellenti. Nel 1889 ottenne la Legione d'Onore all’Esposizione universale di Parigi, dove presentò un bracciale eseguito in collaborazione col suo socio Germain Bapts. I Bapts erano per tradizione i Gioiellieri della Corona. Si trattava di un bracciale d'argento decorato da una parte con una scena di caccia al piccione ispirata alla favola di La Fontaine "Le deux pigeons", e dall'altra da una epigrafe che riportava due versi della favola stessa. Quindi un capolavoro di straordinaria difficoltà. Falize approfondì lo studio delle tecniche che divulgò scrivendo nella rivista di Bing: "Revue des Arts Dècoratifs" nelle quali si firmava Messier Josse: l'orafo del "dottore innamorato" di Moliere, ed espresse praticamente il suo pensiero estetico creando un gioiello dove il suo valore non fosse quantificato, o soffocato, dal bagliore delle pietre preziose incastonate, ma dalla sua forza cromatica e stilistica. Sosteneva che le gemme troppo luccicanti e preziose tolgono forza alla decorazione ed al dettaglio della ornamentazione. Quindi di conseguenza predilisse l'uso degli smalti e del colore utilizzando delle tecniche nuove come il "cloisonnè sur pallions" o "a rilievo". Lo smalto "cloisonnè sur pallions" è uno smalto trasparente molto brillante poiché ingloba delle minuscole pagliuzze d’oro; lo smalto a "rilievo" usa uno sfondo opaco ricoperto da strati successivi lucidi e trasparenti.
Scatola smaltata di Falize
Studiare è fondamentale per la crescita artistica dell’oreficeria europea, e in particolare studiare le tecniche della cultura giapponese che predilige forme pacate, pure, fresche e semplici, espressione di linee perfettamente spaziate e bidimensionali. Per Falize, Vever, Fontenay, Fouquet, Galliard e Lalique il Giapponismo rappresentò sperimentazione ed innovazione tecnologica. Nei laboratori orafi parigini si assunse manodopera giapponese, come nel caso di Lucien Gaillard che produsse magnifici gioielli laccati. In realtà la tecnica dello smalto era praticata con risultati straordinari nei secoli precedenti specialmente in Francia, poi era caduta in disuso quando Luigi XIV nel 1686 perseguitò e cacciò i protestanti dalla Francia. Gli smaltatori erano nella quasi totalità di fede protestante e quindi accusati di eresia furono uccisi o imprigionati, o costretti all'esilio in Svizzera. Tra questi si ricorda il soave e grandissimo smaltatore miniaturista Jean Petitot (1607-1691) che realizzò numerosi ritratti del re Luigi XIV, che regalava ai suoi benefattori. Una di queste miniature smaltate è conservata a Bologna perché fu donata a Cesare Malvasia che gli aveva dedicato la sua opera Felsina Pictura. Gli artisti di Art Nouveau si applicarono e gli studi e le ricerche per recuperare queste tecniche diedero risultati stupefacenti. Una straordinaria testimonianza ci viene dalle opere di Renè Lalique.

Renè Lalique



Collier Noisettes di Renè Lalique
Lalique era nato ad Ay nel 1860, giovanissimo entrò nella bottega dell'orafo Louise Aucoc, in seguito studiò all'Ecole des Arts Dècoratifs e dal 1875 al 1878 Arte rinascimentale e Arte giapponese alla School of Arts di Londra. Henry Vever nel suo libro Bijouterie Francoise (III Vol.), parlando di Lalique dice che era un ragazzino dotato per il disegno che quando d'estate andava in campagna nel paese materno di Ay nella Marna passava ore ad osservare le piante, gli alberi, i fiori e a studiarne le forme e i colori. A dodici anni vinse il primo premio di disegno, a quindici vendette alcuni disegni a mercanti di Epernay e questo lo riempì d’orgoglio. Quando nel 1876 la madre rimase vedova decise di imparare il mestiere dell'orafo che "ne n'était pas fatigant et permetait de gagner largement sa vie", (che non è troppo faticoso e ti permette di guadagnare bene) ed entrò nel laboratorio di Louise Aucoc. Giovanissimo a ventiquattro anni Lalique presentò le sue creazioni in occasione della mostra dei gioielli della Corona Francese che era abbinata alla Esposizione Delle Arti Decorative. Ottenne un successo clamoroso così decise da aprire un suo studio e si circondò di collaboratori estrosi e capaci nelle diverse tecniche di lavorazione. La grande intuizione di Lalique fu di sperimentare tecniche utilizzate nelle altre discipline e di adattarle poi alla oreficeria. Utilizzò la tecnica della riduzione matematica che era usata dagli incisori di medaglie per eseguire dei gioielli stupefacenti nella dettagliata accuratezza dei particolari. In realtà l'uso della riduzione matematica gli permetteva di ottenere in poco tempo dei risultati estetici validi, il disegno sembrava realizzato da un provetto cesellatore. Quando la concorrenza scoprì e copiò questa tecnica immettendo sul mercato una grande produzione di imitazioni di scarso contenuto artistico, e quindi di basso costo, fece sì che Lalique, alquanto indispettito, smettesse nel 1910 di produrre qualsiasi tipo di gioiello per dedicarsi invece alla manifattura di vetri, dove attivò tecniche specifiche dell'oreficeria come la fusione a cera persa. Creò un tipo di vetro detto "demi-cristal", lucente e malleabile che veniva dipinto con smalti e vernici patinate. Lalique fu un abilissimo smaltatore e i suoi gioielli denotano uno stile assolutamente personale e riconosciuto che divenne obbligatorio non solo in Francia ma anche in Germania, Belgio, Danimarca. I critici accolsero con entusiasmo il genere Lalique e nel 1900 trionfò all’Esposizione Universale di Parigi ed ottenne sia la Legion d'Onore che il Grand Prix. Era conquistato e conquistava con i suoi sensuali cardi, pavoni, ramoscelli e serpenti, le linee Art Nouveau, i pipistrelli e le sue orchidee, nonché achillee. Tutto diveniva linea in sintonia con Art Nouveau, come nel Collier Noisettes in oro, smalti, diamanti, peridoti e vetro.

© Imelde Corelli Grappadelli, May 2016
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mercoledì 25 maggio 2016

Ritorno al gioiello come opera d'arte

Il ritorno al rinascimento, con il recupero del concetto di gioiello come opera d'arte aprirà le porte al periodo dell'Art Noveau. Nasce la figura dell'orafo studioso: Henry Vever scrisse "La Bijuterie Francoise au XIX siècle" in tre volumi, il primo dal 1800 al 1850, il secondo dal 1850 al 1870 e il terzo dal 1870 al 1900.
Lucine Falize, sotto lo pseudonimo di Monsieur Josse (il nome dell'orafo del "Dottore Innamorato" di Moliere) firmò gli articoli per la Revue des Arts Decoratifs e per Artistic Japan di Sigrifd Bing. Senz'altro il pubblico era desideroso di conoscere e vedere forme nuove; dall'Oriente e soprattutto dal Giappone arrivavano oggetti di notevole bellezza è stupefacente esecuzione. Affascinanti gli smalti magistralmente utilizzati. In Europa si era perso il know-how per la tecnologia dello smalto poiché negli anni era caduto in disuso ed anche i francesi che un tempo erano veri maestri smaltatori si trovavano in difficoltà a tenere testa a tali manufatti giapponesi. Sia Vever che Falize, come vedremo, in seguito daranno grande spazio alle tecniche legate allo smalto. Un ulteriore elemento di interesse è rappresentato dal mondo botanico. Era letteralmente esplosa la mania per le piante esotiche e per l'orticoltura. In special modo le piante da fiori. Compaiono in Europa fiori mai visti: il giglio tigrato, il crisantemo, il glicine ed alcuni tipi di rosa. Come il "Cuore di Maria" importato dalla Cina.Tuttavia la ripetizione naturalistica di questi fiori senza lasciare spazio alla creatività, entusiasmò da un lato il pubblico soddisfatto da un prodotto di squisita imitazione e dall'altro scatenò la schiera dei critici che aborrì questa mania che negava qualsiasi espressione artistica.
Il cuor di Maria
Vengono alla ribalta i "Nuovi Alchimisti" che studiano sotto una nuova luce le pietre e i metalli. Al diamante, allo smeraldo, allo zaffiro, al rubino si affiancano l'opale, il topazio, la pietra di luna e l'olivina. Si affermano nuovi materiali "poveri" come l'osso, il corno, l'avorio, i coralli, i lapislazzuli e il diaspro. C'è una nuova maniera nella visione delle cose d'ispirazione medioevale e orientale che si manifesta nella bidimensionalità dell'ornamentazione. A tale proposito lo storico dell'arte Ernest Gombrich  interpreta l'ornamentazione di quel periodo come un equilibrio che sta tra il troppo e il troppo poco ordine.

© Imelde Corelli Grappadelli, May 2016
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giovedì 19 maggio 2016

Il diamante più caro del mondo: "L'Oppenheimer blue"

Ieri sera, 18 maggio2016, a Ginevra è stato battuto all'asta da Christie's il diamante "Oppenheimer Blue", un diamante estratto nella miniera Premier in Sud Africa, la stessa dove Mr. Cullinan nel 1905 trovò grandissimo diamante "Cullinan" di 3.106 carati. Oppenheimer Blue è stato tagliato in una forma rettangolare, la sua rarità sta nel colore blu luminoso il più raro "Fancy Vivid Blue", il peso è di 14,62 carati, è stato incastonato in un anello di diamanti.
La cifra pagata per questa magnifica pietra dalle caratteristiche straordinarie è la più alta mai pagata fino ad ora:  57,54 milioni di dollari.  Il gioiello è stato conteso da due persone rimaste anonime, la "battaglia" è durata venti minuti.
La base d'asta era stata fissata tra i 38 e i 43 milioni di dollari.
Questa pietra apparteneva a Sir Philip Oppenheimer(1911-1995) proprietario della società De Beers che deteneva il monopolio mondiale sui diamanti. Nel 2012 il 40% della società è passata alla Compagnia Anglo American.
Oppheneimer blue


Oggi l'Oppenheimer Blue è il diamante Fancy Blue più caro al mondo, a novembre 2015 da Sotheby era stato raggiunto un record, oggi superato, con la vendita di "Blu Moon of Josephine" di 12,03 carati acquistato per 48,4 milioni di dollari dal magnate cinese Joseph Lau.© Imelde Corelli Grappadelli, May 2016
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Le eroine femminili: parte seconda


Sarah Bernhardt rappresenta la donna idealmente libera, indipendente, drammatica, struggente. Ispirò moltissimi artisti dell'Art Nouveau, era l'emblema della donna nuova che si era liberata dalla crisalide vittoriana: era la 'Femme Fatale". Nata nel 1844 detta la Voix d'or e per Gabriele D'Annunzio la Divina fu la protagonista della vita parigina a cavallo dei due secoli. Cantante, attrice celeberrima nell'interpretare la signora delle camelie ma anche protagonista nei primi film muti. Ne interpretò  otto e due di carattere autobiografico. 
Sarah Bernhardt
Parigi, 22 otobre 1844 - Parigi, 26 marzo 1923
Nel 1915 le amputarono una gamba ma continuò ugualmente a calcare le scene recitando seduta. Il figlio naturale Maurice Bernhardt, avuto da una relazione con un nobile belga, diventerà scrittore, mentre lei si legò sentimentalmente alla pittrice Louise Abbèma. Fu amica di Marcel Proust , Alfons Mucha e Gabriele D'Annunzio, nel 1914 ricevette la Legion D'Onore. La collaborazione artistica con Mucha diede vita a momenti di altissima arte quando disegnò per lei la spilla "Teodora" da indossare in occasione della prima del dramma scritto da  Victorien Sardou, altrimenti detto "le Napoléon de l'art drammatique", e musicato da Massenet. Sarah è rappresentata scalza dentro una campana, la sua voce era paragonata ad una campana d'oro, creata da due serpenti attorcigliati, gli animali esotici preferiti dal disegno dell'Art Nouveau creando tuttavia una forma monumentale che rimanda all'XI secolo. I costumi indossati da Sarah erano stati creati da Thomas, naturalmente anche Lalique, George Fouquet e George de Rebeancour crearono magnifici gioielli per lei. Georges Fouquet (1862/1957) gioielliere straordinario si avvalse della collaborazione di Charles Derosiere, ex allievo di Grasset, di Alphonse Mucha e dello straordinario smaltatore Etienne Tourette che dal 1904 smaltò i gioielli Fouquet.
Manifesto disegnato da Alfons Mucha
Mucha era il disegnatore "personale" di Sarah Bernhardt aveva firmato un contratto di collaborazione della durata di sei anni e doveva curarne l'immagine. Tutti  i manifesti pubblicitari con uno stile orientaleggiante e lussureggiante dovevano immediatamente rimandare a lei. La collaborazione tra il gioielliere Fouquet e il creativo Mucha si sublima nel formidabile bracciale-anello creato per Sarah che indossò la sera del 28 ottobre 1898 al debutto di Medea al teatro Renaissence a Parigi. Si tratta di un bracciale a forma di serpente che è collegato con una serie di catenelle ad un anello anch'esso formato da un serpente.
Il serpente del bracciale si arrotola due volte al braccio e al polso per appoggiare la testa sul dorso della mano. Questa testa d'oro con le scaglie smaltate è decorata con lamine di opale mentre gli occhi sono di rubino. Dalla bocca partono delle catenelle d'oro, una è collegata ad un anello a forma di testa di serpentello che si appoggiava sul dito. 
Bracciale anello a serpente progettato da Alfons Mucha e realizzato da Gerorges Fouquet
Anche  la locandina creata per lo spettacolo dipingeva Sarah nei costumi di scena con al braccio questa stupenda creazione che indosserà  successivamente anche per la rappresentazione di Cleopatra. Si dice che questo gioiello fosse così costoso che Sarah lo pagò a rate, mandando un suo valletto a portare delle piccole somme ogni sera alla chiusura del botteghino. Questo splendido gioiello è stato venduto all'asta da Christie's a Ginevra nel 1987.
© Imelde Corelli Grappadelli, May 2016
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mercoledì 18 maggio 2016

Le eroine femminili - parte prima



All'inizio del 1900 cambiano i gusti, le mode, ed anche il gioiello subisce questa trasformazione. Ecco comparire un elemento  nuovo, mai usato fino ad ora perché considerato inelegante e sconveniente: la figura femminile che inizia a campeggiare nel gioiello come piccole e magnifiche sculture da usare come spille, "casca in petto ", pendenti, anelli. Henry Vever proprietario della più importante casa di gioielleria parigina realizza un gioiello che si intitola "Silvia Pendent" che incarna il prototipo di donna alata che simboleggia un volo verso un nuovo secolo o verso una nuova arte.
Henry Vever - Silvia Pendent
L'espressione distaccata del volto, la forma del corpo nel suo insieme diventa un simbolo. Il "Silvia Pendent" è una donna col corpo e le ali di farfalla realizzato in smalto, agata scolpita e diamanti. H. Vever  e i suoi fratelli Paul ed Ernest nel 1874 avevano ricevuto la "Patte de leire" (zampa di lepre appesa al collare che veniva indossato dall'apprendista promosso artigiano) iniziano la loro attività puntando sulla qualità dei modelli, del gusto del colore e degli smalti. La loro produzione nel 1895 rivela una forte ispirazione russa e nel 1900 all’Esposizione Universale di Parigi sono molto ammirati e vincono un Grand Prix per la vetrina ed in particolare per il nuovo uso delle pietre. I gioielli realizzati dalla Maison Vever erano eseguiti volta per volta da scultori come Rosette, disegnatori come Vollet, Grasset, Gautroit, smaltatori come Tourette. Successivamente Henry aderendo all’immagine dell'orafo erudito scrisse un’opera in tre volumi sull’Oreficeria Francese dal Consolato (1800) fino alla Terza Repubblica (1900) passando attraverso il Primo Impero, la Restaurazione, Luigi Filippo, ed il Secondo Impero. Già in Inghilterra con Ruskin e i Preraffaelliti si era dipinta una donna stupenda, colta, dai lunghissimi capelli, misteriosa. Ora la figura femminile è appassionata e sensuale e saranno due donne a rappresentarne gli stereotipi: Loïe Fuller e Sarah Bernardt.
Loïe Fuller, americana di Cicago, ballerina, aveva conquistato Parigi con la sensualità dei suoi spettacoli. Era molto formosa e usava danzare in teatri con fondali completamente scuri seguita nella sua danza da un fascio luminoso di luce ad incandescenza che improvvisamente si spegneva facendo sparire la ballerina inghiottita dal fondo nero del palcoscenico, per poi riapparire repentinamente cambiata d'abito pronta per una nuova danza.
Loïe Fuller esegue la danza serpentina
La luce ad incandescenza era ai suoi albori e Loïe ne intuì le potenzialità e la usò per aumentare il suo fascino e la novità della sua tecnica di ballo. Danzava indossando leggerissime vesti sovrapposte, realizzate da decine e decine di metri di impalpabili sete, a volte imbevute nel radio che la rendeva fosforescente nel buio del teatro. Nelle mani teneva stretti due bastoncini di circa sessanta centimetri di lunghezza l'uno nascosti sotto le maniche così da allungare in modo esagerato le sue braccia che roteando nello spazio davano vita ad un movimento ondeggiante e vorticoso  che veniva continuamente interrotto e ripreso: in poche parole suggestivo. Diventava in questo modo lei stessa una linea Art Nouveau. All'Esposizione Universale di Parigi del 1900 ebbe un suo teatro nel quale ballava danze dai nomi coinvolgenti come "Fuoco", "Orchidea", "Farfalla". Mentre danzava nella sala venivano liberate delle farfalle che svolazzavano qua e là. Infatti la tecnica della sua danza si chiamò Danza Farfallina. Questa donna così sensuale e paradossale divenne l'immagine tipo, l'emblema del nuovo stile ed ispirò moltissimi artisti. C'è anche chi come Smutzler vede il lei il primo simbolo dello Jugendstil, così si chiama la corrente Art Nouveau nata in Germania nel 1896 per arrivare al 1905 alla linea totalmente astratta che darà vita nel 1920 allo stile geometrico dell'Art Decò. 

Quest'anno al Festival di Cannes è stato presentato il film "La danzeuse" di Stefanie di Giusto nella sezione Certain Regard, incentrato sulla figura di Loïe Fuller. Protagonista l'attrice Lily-Rose Melody Depp. La critica ha stroncato il film per non avere saputo raccontare l'essenza di questa donna straordinaria protagonista dell'inizio del Novecento e che morì prematuramente a causa del cancro contratto dalla contaminazione del suo corpo con il radio cosparso nei suoi costumi.
© Imelde Corelli Grappadelli, May 2016
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mercoledì 11 maggio 2016

Forme e stili verso il decò

Quando nel 1898 l’architetto austriaco Josef Maria Olbrich disegnò la sede della Secessione Viennese pose l’epigrafe “VER SACRUM “ sulla facciata dell’edificio. Questo motto che significa Primavera sacra, diventò anche il nome della rivista di arte che servì a diffondere il nuovo stile che si stava manifestando in Austria. Tuttavia gli stili austriaco e tedesco si ritrovarono grazie a Olbrich  in Darmstadt, la colonia per artisti fatta costruire in Germania da Ludvig Von Essen. Si unì il nuovo modo di sentire della Secessione che rifiuta gli sprechi artistici delle linee troppo condolute preferendo una linea più essenziale e geometrica indirizzata alla ricerca di quella che sarà la seconda fase  dello Jugenstil tedesco. Dalla Secessione Viennese nacque la Wiener Werkstatte (magazzini viennesi) con Joseph Hoffmann (1870-1956) che recuperò gli intenti dell’Arts and Crafts di William Morris: il forte legame tra il disegnatore del gioiello e chi lo eseguiva.
Una spilla di Hoffmann
Il designer doveva conoscere i materiali e le tecniche di lavorazione e seguirne le fasi produttive. Hoffmann che subì l’influsso anche  dell’inglese Macintosh che a Glasgow aveva fondato “il gruppo dei quattro” preferì usare per le sue opere l’argento sbalzato e smaltato con colori forti e intarsi di madreperla. Lo stile di Hoffmann è sintetizzato in una splendida fibbia del 1907 realizzata in rame smaltato. La forma quadrata definita da un bordino decorato ad intervalli pieni e vuoti in smalto scuro, contiene una superficie divisa in quattro parti uguali dove le due parti superiori sono decorate da una a corona sovrapposta riempita di smalto scuro su un fondo bianco, i quadrati inferiori sono suddivisi ciascuno in tre parti con lo sviluppo diverso in grandezza e in direzione dello stesso motivo a corolla sovrapposta. Ne deriva un’immagine di grande equilibrio impostata nella più rigida esecuzione geometrica ma lascia trasparire un momento di lirismo nella scelta della linea morbida che definisce la corolla. Un suo allievo Prutscher (1880-1949) utilizzò soprattutto lo smalto piqué a jour (lo smalto piqué a jour o cattedrale o filigrana è uno smalto collinose senza il supporto del fondo, lo smalto è tenuto fermo dal solo colino) e il platino, metallo dal colore grigio accostato alla madreperla. Anche alcune donne si affermarono come Else Unger, Anna Wagner, Ella Napere Sophie Sander, note per i loro gioielli in argento e smalto, pettini in osso decorati con pietre di luna. In Inghilterra invece si era sviluppato uno stile che veniva detto floreale o moderno o Liberty, dal nome di Arthur Loseby Liberty (1843-1917), fondatore dei magazzini Liberty prima a Londra e poi a Parigi. Questo stile, che nasce come reazione all’eclettismo degli stili storici nell’architettura e nella decorazione ebbe la sua massima diffusione fra l’ultimo decennio  dell’ottocento ed il primo decennio del novecento.
Una spilla in stile liberty
Il soggetto decorativo è la linea curva elegante e sviluppata sinuosamente con motivi floreali da cui il nome  di stile floreale. E’ uno stile raffinato, se vogliamo semplice, che si diffonde tra tutti i livelli sociali e coinvolgenti gli aspetti della decorazione. Anche in architettura troviamo applicazioni dei canoni dello stile Liberty come farà V. Horta e H. Van Der Velde che trovarono nell’utilizzo del ferro, del vetro, del calcestruzzo armato nuovi spazi comunicativi. Liberty aveva lavorato a Nottingham nel negozio dello zio commerciante di pizzi poi a Londra commesso in alcuni negozi di tessuti fino al 1864 quando diventò direttore in un negozio di oggetti ornamentali. Nel 1875 aprì il suo primo negozio di arte ornamentale che chiamò East India House, poi negli anni seguenti grazie agli ottimi affari aprì un altro negozio a Londra e nel 1889 uno a Parigi in Avenue dell’Opera. Gli oggetti che vendeva venivano eseguiti da artigiani-artisti che rimanevano anonimi e molto spesso i loro rapporti si rompevano per l’abitudine di Liberty di modificare a suo piacere alcune parti  del disegno, questo spiega anche la mancanza di documentazione. Archibald Knox (1864-1933) era nato a Cronkbourne, una località sulla isola di Man, dove tornerà spesso per cercare ispirazione e creatività. Compì gli studi alla Douglas School of Art dove lo ritroveremo come docente  nel 1888 e dal 1920-1933. Knox lavorò per Liberty e da questa collaborazione nacque lo stile Cymric o Celtico. I gioielli creati in oro e argento erano marchiati Cymric. Questa linea fu lanciata con successo nel 1899. Knox conobbe anche la produzione americana ma preferì ritornare all’isola di Man dove trovava nel modello celtico motivi di ispirazione. Parlare di Liberty e stile Cymric poi sottintende il tema della linea curva, sinuosa, elegante di ispirazione floreale per diventare linea più geometrica, avviluppata su se stessa nella creazione di spazi morbidi già chiusi nel quadrato e nell’ovale. Si definisce lo spazio “rigidamente al suo interno” si fa correre la linea che oramai ha perso qualsiasi richiamo con il mondo vegetale per diventare solo linea o nastro. Liberty e Sigfrid Bing furono i portatori di una linea di prodotti, dove Liberty guardava più al lato commerciale, mentre Bing  fu più coinvolto dalla forza innovatrice della idea artistica, di creare una corrente. Liberty convinse i disegnatori a progettare per la produzione in serie al fine di abbattere i prezzi e offrire quindi un prodotto di larga distribuzione. Bing tastò il polso all’arte e al suo bisogno di novità e innovazione e con la linea Art Nouveau segnò una svolta storico culturale nel mondo dell’arte. Seguendo il fiuto per gli affari Liberty capì che era necessario legarsi anche allo Jugendstil: produsse una linea di gioielli in una lega di peltro detta Tundric; poi con Knox produsse gioielli in stile Cymric in oro con pietre preziose, madreperla, turchesi, perline, smalti per conquistare una fetta di mercato che era ancora legata alla gioielleria tradizionale. L’uso dell’argento a preferenza dell’oro servì ad evidenziare l’appartenenza del gioiello agli stili moderni, infatti la gioielleria tradizionale continua nello stesso periodo a creare magnifici gioielli in oro e pietre preziose in perfetto stile edoardiano. Le case francesi di gioielleria tradizionale Chaumet, Boucheron, Cartier e Mellerio continuarono a realizzare gioielli con pietre preziose. Addio, Art Nouveau. In Italia  per Liberty si intende Art Nouveau. Alla Esposizione Universale di Parigi del 1900 gli italiani si presentarono ancora con gioielli di stile archeologiche dal 1850 venivano prodotti grazie alla forte domanda di turisti che visitavano Roma. L’influenza e il successo europeo della gioielleria dei Castellani aveva dato grande forza alla gioielleria italiana che si era imposta sia per lo stile ma anche e soprattutto perché tecnologicamente interessanti come il recupero della granulazione e dell’uso del cammeo. Anzi è proprio il cammeo il gioiello italiano che più viene richiesto. Si pensa che  la presenza di uno stile così bene definito è forse da spiegare con la mancanza di interesse per il motivo floreale.
Anello decò
Ci furono però alcuni orafi italiani che si distinsero per le loro creazioni: Vincenzo Miranda di Napoli con una fibbia d’oro in stile floreale e nel 1902 a Torino, Musy l’orafo di casa Savoia, presentò gioielli nel nuovo stile ispirati al mondo floreale. Tuttavia il primo novecento vedrà morire rapidamente l’Art Nouveau come dice il gioielliere parigino Henry Vever “per consunzione”, mentre Jugendstil elabora una linea sempre più geometrica e meno lirica che porterà al trionfo del Decò.

© Imelde Corelli Grappadelli, May 2016

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martedì 10 maggio 2016

RECUPERATI GLI ORI DI VILLA GIULIA!



"Roma, 15 Aprile 2016” I gioielli della collezione "Castellani", trafugati da uomini incappucciati con ascia e fumogeni a Pasqua del 2013, sono stati recuperati. Il furto da quasi 3 milioni di euro era stato ordinato da una ricca russa. Il ministro Franceschini felice per il ritrovamento: "Grande giornata, ora i tesori tornano al museo."

Gli ori di Villa Giulia recuperati dai Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale
Gli orafi Castellani hanno consegnato una importante pagina alla storia dell'arte del gioiello italiano famoso nel mondo: possedere un gioiello Castellani era diventato uno status simbol: grande disponibilità economica, cultura e amore per i viaggi. Il capostipite della dinastia Fortunato Pio Castellani (1794/1865) creò gioielli usando le antiche tecniche di lavorazione dell'oro studiate sui reperti archeologici: nacque così lo stile del "gioiello archeologico", che ebbe fortuna a livello europeo e diventarono assieme al mosaico minuto romano oggetti da collezionare. Sono gli anni in cui il fervore per i ritrovamenti archeologici porta alla nascita di importanti collezioni come la collezione Campana ed alla grandissima affluenza di turisti inglesi e francesi in Italia per il "Grand Tour" che acquistavano questi gioielli. Il principe di Teano e duca di Sermoneta Michelangelo Caetani introdusse Fortunato Pio nella società nobile, colta e internazionale Romana, fu proprio seguendo il consiglio del duca Caetani che Fortunato Castellani iniziò a realizzare gioielli archeologici utilizzando antiche tecniche di lavorazione tramandate dagli orafi/contadini di Sant'Angelo in Vado che continuavano ad adoperare nella realizzazione di gioielli popolari la granulazione, lo sbalzo a pece nera, la filigrana, successivamente nel 1840 Fortunato fondò a Roma una scuola per tramandare ai giovani orefici le antiche tecniche di lavorazione. Amico del marchese Gianpietro Campana, cercò di evitare che la sua collezione di oreficeria venisse smembrata in una vendita all'asta e dispersa nei vari musei europei, così costituì col figlio Augusto una società per azioni per acquistarla, ma il tentativo fallì. In seguito fu incaricato di catalogare i gioielli della collezione Campana, gli stessi che noi oggi possiamo ammirare esposti nelle sale del Louvre. La vendita all'asta disperse opere di straordinaria bellezza ed importanza che erano state raccolte da Giovanni Pietro Campana, marchese di Cavelli, una delle più grandi collezioni di ori e sculture di antichità greca e romana. La dispersione avvenne per un rovescio finanziario del marchese, Fortunato Castellani decise allora che «parte degli utili superflui del suo lavoro fosse dedicata all'acquisto di cimeli antichi, specialmente di oreficeria, per rimpiazzare nella nostra Roma quelli che il papa nel 1860 aveva venduto alla Francia». I figli Alessandro (1823-1883) e Augusto (1829/1914) proseguirono e potenziarono la sua attività e incrementarono la sua collezione che donarono nel 1919 alla città di Roma con la clausola che i reperti, che erano più di 1300, fossero esposti accanto ai gioielli realizzati dai Castellani. E così fu. A Villa Giulia venne predisposta una sala dove furono esposti gran parte dei gioielli etruschi e Castellani. Proprio dove nel 2013 sono stati rubati su commissione. I due figli portarono avanti il progetto del padre Fortunato Pio. Alessandro Castellani era un esperto di reperti e aprì due negozi uno a Parigi e l'altro a Napoli, poi dal 1860 si occupò del mercato antiquario. Augusto (1829/1914) si occupò principalmente della produzione dei nuovi gioielli benché anch'egli fosse esperto antiquario. Nel 1861 acquistò un podere a Cerveteri zona archeologica ricca di scavi e ritrovamenti di reperti etruschi entrando di fatto nel ferventissimo mercato antiquario. A Roma arrivavano archeologi inviati dai loro musei di origine per acquistare reperti archeologici, quindi si crea un mercato antiquario straordinario dove purtroppo accanto ai veri reperti vengono venduti anche falsi o veri arricchiti con parti non originali. Tra questi antiquari uno in particolare si mise in mostra: si chiamava Francesco Martinetti. Il 23 febbraio 1933 a Roma, a seguito della demolizione di un edificio in via Alessandrina, fu rinvenuto un tesoretto conservato in un ripostiglio ricavato nello spessore del muro della casa. Era composto da 17 chili di monete di oro antiche, di epoca imperiale e più recenti, 72 gemme antiche montate su anelli, sacchetti di topazi, ametiste, cristalli di rocca non ancora incisi per un valore stimato all'epoca di 1.211.761 lire. In questa casa aveva abitato fino al 1895 il Martinetti. Chi aveva ereditato la sua casa, un tempo negozio di antiquariato, aveva trovato numerosi tesoretti nascosti qua e là in vasi, mobili, o nel braccio di una copia del Discobolo di Mirone da cui fuoriuscirono monete per 400.000 lire dell'epoca. Francesco Martinetti rigattiere, antiquario, taciturno e avaro (morì a causa di una polmonite: per non spendere due soldi per il tram percorse a piedi sei chilometri sotto un diluvio romano...) era un personaggio molto conosciuto nell' ambiente colto romano. Aveva legato il suo nome alla Fibula Prenestina.
La cosiddetta Fibula Prenestina
Infatti a dispetto della sua avarizia aveva donato questo ornamento al museo di Villa Giulia dove era stata inventariata nel febbraio 1889 col numero 2819 e stimata lire 5.000. Questa fibula venne detta "Prenestina" perché il Martinetti sosteneva di averla acquistata nel 1871 a Palestrina ed era di un tipo quasi identico alla fibula d'oro ritrovata nella tomba Bernardini nel 1876 sempre a Palestrina. La fibula è un oggetto a forma di spilla di sicurezza che si usava per fermare la tunica o il mantello, generalmente era in bronzo raramente in oro ed era decorata con vaghi o perle di ambra o pasta vitrea .L'archeologo Wolfang Helbig accolse questa fibula come un eccezionale reperto, soprattutto perché portava incisa una iscrizione molto interessante. Tuttavia altri archeologi e studiosi come il Pinza e Mark Rosenberg non considerarono favorevolmente questo reperto dubitando immediatamente della sua autenticità. La fibula risultava troppo pesante (36,7 grammi) solitamente fibule così pesanti erano di argento o di bronzo rivestito di una lamina sottile di oro. Inoltre l'epigrafe risultava capovolta e incisa sul lato esterno della staffa, mentre per tradizione l'epigrafe veniva incisa sul lato interno. Bisognerà attendere il 1979 e gli studi di Margherita Guarducci per avere la conferma che la fibula prenestina è un falso. Ma nel frattempo, la fibula prenestina divenne famosa per l'epigrafe incisa : "Manios med fefaked Numasioi" (Manio mi ha fatto per Numasio). Manios quindi è il nome dell'orafo che aveva eseguito il manufatto e Numasio quello del committente. La fibula era tenuta in grande considerazione in quanto rappresentò a lungo "il più antico monumento della lingua latina" e per circa 90 anni è stata considerata tale nel campo degli studi classici, nelle enciclopedie e nei libri di testo delle scuole secondarie. Margherita Guarducci insigne epigrafista, ha dimostrato però la falsità di questo reperto pubblicando una memoria negli Atti dell’Accademia Nazionale dei Lincei: "La cosiddetta fibula prenestina, antiquari eruditi e falsari nella Roma dell'Ottocento". Dichiara che l'epigrafe è certamente falsa ma è stata ideata da un esperto, ipotizza addirittura il nome dello stesso Helbig. Il cavalier Francesco Martinetti invece realizzò materialmente la fibula, che fu ben eseguita, infatti Martinetti aveva iniziato la sua carriera come restauratore di anticaglie perfezionandosi nel restauro delle monete e di bronzi, inoltre era un abile incisore di gemme e si ipotizza che possedesse frammenti di oreficerie antiche a cui ispirarsi. Su questa questione anche il gioielliere Augusto Castellani espresse un giudizio: infatti Giovanni Pinza, paleontologo della Università di Roma, dichiarò che nel 1905 mentre stava per pubblicare "la Memoria sui Monumenti Primitivi di Roma e del Lazio" fu sollecitato da costui a non parlare della fibula prenestina in quanto falsa. Augusto Castellani gli svelò anche il nome dell'orafo che l'aveva eseguita: "una persona stramba" conosciuta da entrambi. Interessante e coinvolgente il fatto che dalla frase del Castellani riportata dal Pinza abbia preso il via la ricerca di Margherita Guarducci. Il Mondo storico artistico di quel periodo era comunque legato al mondo archeologico che stava scoprendo tesori interessantissimi: si assiste al trionfo dell'oreficeria di antiquariato o di imitazione. I Castellani saranno capostipiti e diffusori in tutta Europa di questa tendenza. Ogni signora veramente alla moda doveva possedere una parure o un gioiello "archeologico" meglio ancora se un gioiello Castellani. Questa grandissima richiesta finì con l incidere sulla qualità del prodotto, e i motivi decorativi usati divennero man mano sempre più ripetitivi. Con l'arrivo di Art Nouveau si assiste al veloce declino del gioiello archeologico e del mosaico minuto romano. Può interessare sapere che la moglie dell'archeologo Helbig era una principessa russa, si chiamava Nadejda Schakowskoy. Era famosa a Roma perché nelle occasioni mondane amava indossare una lucertola viva come collier.
Nel 1909 i coniugi Helbig acquistarono Villa Lante al Gianicolo che divenne un salotto culturale scientifico, musicale frequentato da Carducci, D'Annunzio, Tolstoy, Wagner, Liszt, Grieg. La principessa Helbig era una valentissima pianista e con i suoi concerti finanziava opere di carità. Villa Lante era stata costruita nel 1518 da Giulio Romano e fu decorata dai pittori Vincenzo Tamagni da S.Giminiano, Polidoro da Caravaggio. Famoso il suo giardino e il graffito scritto sul muro del salone: "a di 6 di Maggio 1527 fo la presa di Roma".
© Imelde Corelli Grappadelli, May 2016
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