GIOIELLO IDEALE

Vuoi conoscere qual'è il tuo gioiello ideale? Vai al

giovedì 30 giugno 2016

I santissimi Apostoli Pietro e Paolo e lo smeraldo di Papa Benedetto XIV

Il ventinove di giugno si festeggiano i santissimi Apostoli  Pietro e Paolo anche a Bologna dove nel Tesoro della Cattedrale di San Pietro è conservato un magnifico gioiello che li celebra una fibbia da piviale in rame dorato che ha incastonato un gigantesco smeraldo intagliato che li rappresenta.
L’abilissimo autore di questo intaglio su smeraldo fu Carlo Costanzi nato a Napoli nel 1703, ma vissuto a Roma dove morì nel 1781. Era figlio di Giovanni che secondo una notizia riportata dal Giulianelli sarebbe stato il primo ad incidere sul diamante una testa di Nerone che appartenne ad un tal Priore Vaini. Carlo fu un abilissimo intagliatore di pietre preziose ed imitatore degli antichi.  Ottenne un grandissimo successo  e superò la fama del padre, ricevette commissioni da ogni parte d'Europa e conseguì grandissimi onori: gli fu conferito dal papa Benedetto XIII l’Ordine del Cristo e quello di S.Giovanni in Laterano. Dai Conservatori del popolo romano fu incluso fra i gentiluomini che fecero da paggi nel corteo papale il giorno in cui Benedetto XIV andò a prendere possesso  in S.Giovanni in Laterano (1740). Successivamente nominato caporione di Roma ricoprì cariche annuali e trimestrali in Campidoglio; fu diplomato conte e nobile romano,e  gli furono conferiti ordini equestri da due re stranieri,oltre ad essere nominato precettore delle antichità dal principe di Galles. Molti lo criticarono per questa sua  ambizione e desiderio di onori, e lo derisero per il suo fisico infelice chiamandolo “il gobbo costanzo”oppure “gobbo, giovane virtuoso in intagliare gemme, ma vano e temerario”(F.Valesio, Diario Di Roma).
La sua abilità gli permise di incidere le gemme più preziose, diamanti, calcedoni, topazi, agate veri capolavori di arte. Si narra che per il Cardinale Polignac nel 1729 incise la Medusa di Solone su di un calcedonio dello stesso colore e dimensioni dell’originale, tanto da trarre in inganno i più esperti, poi su un diamante incise una testa di Antinoo per il re del Portogallo e un  ritratto a  Caterina II di Russia, e un Galba su un diamante per il principe Eugenio di Savoia. Carlo Costanzi considerava lo smeraldo intagliato che misura cm.2,8x3,5 con le teste di San Pietro e Paolo e del papa Benedetto XIV il suo capolavoro: gli fu commissionato dal Cardinal Lante che lo donò al Papa Benedetto XIV  che a sua volta ordinò che questo gioiello fosse portato a Bologna e depositato nel Tesoro di San Pietro.  Nel Diario Benedettino del 1746 si legge: “un pettorale consistente in uno smeraldo grande di figura ellittica, in cui sono intagliate  a risalto le teste dei SS. Appostoli Pietro e Paolo da una parte, e dall’altra l’effige di sua Santità con puttini: lo smeraldo è contornato da 14 rubini e 14 brillanti, e nella parte superiore vi sono due spille d’oro incurvate”. 
Questo gioiello non si salvò dall’alienazione dei francesi, mentre lo smeraldo che era stato smontato preventivamente e poi nascosto è giunto a noi. A Bologna all’inizio dell’Ottocento  si costruì una nuova montatura della fibbia da piviale questa volta in rame dorato e decorato da diamanti, rubini, ametiste e perle. L’orafo che eseguì il gioiello si chiamava Francesco Melloni figlio di Bartolomeo attivo dal 1780 al 1818 a Bologna e che fu anche stimatore del sacro Monte di Pietà. La nuova fibbia da piviale ha una forma ovale misura cm. 9,5x11,3 di rame dorato, il bordo esterno è definito da una fila di piccole perle in fila serrata, mentre circondano lo smeraldo otto grandi ametiste alternate a croci formate da due rubini e due brillanti. Durante i lavori di restauro nel 1997 si è trovata nella parte interna una scritta fatta con inchiostro di china: ”Francesco Melloni Zoliere e incisore fece questo bacello”. 
Oggi possiamo ammirare in tutto il suo splendore nelle sale del Tesoro nella Cattedrale di S.Pietro a Bologna questo smeraldo di grandissima qualità che il Corsi ha intagliato su entrambi i lati e nella trasparenza della pietra si intravvedono e si sovrappongono i visi di profilo dei due Santissimi Apostoli  entrambi barbuti, a sinistra S. Pietro più vecchio, canuto e stempiato guarda S. Paolo che oltre alla barba ha lo zigomo molto pronunciato. Nel verso dello smeraldo è intagliato il profilo a sinistra di papa Benedetto XIV affiancato da due angioletti che reggono un cartiglio "Coelo repente" e la firma dell’incisore “Cavalier Carlo Costanzi F.” (fecit).

© Imelde Corelli Grappadelli, June 2016
© Copyright 2016 - all right reserved - tutti i diritti riservati.

domenica 26 giugno 2016

IL DIADEMA UN ACCESSORIO SENZA TEMPO

Il diadema torna ad essere un accessorio “must to have “. Recentemente lo abbiamo visto indossato tra i capelli di algide modelle, spose, signore eleganti.  Evoca la bellezza muliebre e la incorona ma è stato anche simbolo del potere e indossato da re e imperatori realizzato in materiali preziosi per esaltarne ed evocarne la discendenza divina. Oggi desidero presentarvi uno dei più belli ed interessanti diademi del nostro patrimonio archeologico: il diadema degli Ori di Canosa conservato al Museo Archeologico di Taranto (inv. n. 22.437). Mentre si apriva una trincea per la  fognatura sulla via Consolare che da Canosa (BA) conduce a Cerignola, il 14 maggio 1928 fu scoperta una tomba del tipo a “camera” che per la magnificenza del corredo aureo in essa contenuto fu denominata “la tomba degli ori di Canosa”.

Come riferisce Renato Bartoccini (la Tomba degli ori di Canosa, Japigia 1935, anno VI, Bari) il corredo era composto da un diadema, una collana, un paio di orecchini, uno scettro, un piccolo anello, una coppia di bottoni, una battrea e molti fili d’oro che appartennero ad una ragazza di 14 anni ,la principessa Opaka Sabaleidas. Storditi  dalla ricchezza del tesoro i  rinvenitori  esaltati trascurarono molti altri reperti di diversi materiali, vetri e argenti fortemente ossidati che tuttavia e fortunatamente furono recuperati in seguito. Il diadema di Opaka detto il Diadema di Canosa è un capolavoro d’oreficeria  realizzato nel III sec. a.c.: una fascia d’oro  formata da due sezioni a forma di canale degradante e snodato al centro, decorata da un festone continuo di fiori smaltati alternati a nastri, girali di acanto e di vite. Andava appoggiato sul capo e fermato con un nastro sulla nuca. Purtroppo il peso del terreno lo aveva schiacciato e danneggiato quindi fu restaurato dal sig. Narducci sotto il controllo dell’archeologo Renato Bartoccini. Il peso del diadema è di gr.145, il diametro interno misura cm.15 per una circonferenza di cm.47,2. Il peso e la robustezza delle lamine fanno escludere che questo fosse un diadema di uso funerario e rappresenta un interessante reperto che ad oggi non ha paragoni. Il diadema presenta un corpo a canale ricurvo, snodato al centro da una cerniera, per permettere di indossarlo facilmente e di adattarlo all’acconciatura. Il serto fiorito viene sostenuto da una lamina interna al canale che rimane nascosta dall’esuberanza della decorazione floreale. Le estremità del canale d’oro appaiono assottigliate e chiuse da un tampone sempre in oro che è decorato da una elegantissima foglia di acanto e porta saldato al centro un anellino sospensorio nel quale scorreva un nastro per legare il diadema sulla nuca. La struttura che vado a descrivervi è molto complessa quindi utilizzerò i disegni che feci studiando il reperto archeologico quando mi recai al museo di Taranto nel luglio1978 e il soprintendente era il prof. Felice Lo Porto. Il titolo della mia tesi è ”Tecnologia dell’oro nell’antichità” quindi ho studiato il processo tecnico e tecnologico eseguito dall’orafo per realizzare il gioiello: era vietato fotografare i reperti anche se erano oggetto di tesi di laurea, però potevano essere disegnati.




Il diadema di oro è formato da due lamine profilate ad U degradanti, (fig.1) i sottili bordi della lamina ripiegati sono decorati con un filo  profilato di eccezionale fattura sbalzato ad ovuli e fuselli ottenuti a    stampo su matrice e poi saldato sulle lamine ripiegate (fig.2). Il decoro è rappresentato da un festone di circa 150 fiori d’oro i cui petali sono smaltati con paste vitree verdi, bianche, rosse, azzurre e granuli d’oro. Questo festone è fissato nel centro del canale con un ingegnoso sistema di legature onde evitare di danneggiare col calore della saldatura i fiori realizzati e già smaltati. Per questo motivo nel centro del canale, che nel punto più largo misura circa 2 cm. è fissata meccanicamente una lamina d’oro di cm.0,4 di larghezza da quattro graffette che si chiudono ripiegandosi a libro. Su questa lamina sono    saldati       ancoraggi  che servono a sostenere gli “alberini”con quattro rametti su cui sono fissati a loro volta i fiori; questi ancoraggi sono realizzati da due corte mezze cannette saldate parallelamente  tra loro e bloccano i fiori realizzati e già smaltati senza bisogno di saldature.(fig.3). Le legature agli ancoraggi sono fatte tutte nello stesso modo, il filo saldato alla base dell’alberino si muove con la stessa sequenza d’ingresso ed uscita dai due anelli in concordanza di orientamento. Inoltre il risultato è tale che la legatura sia resistente alla trazione e alla torsione proprio come una saldatura. (fig.4). 



Ogni alberino ha 4 rami alle cui estremità vengono agganciati i fiori già smaltati con una seconda legatura utilizzando un’asola che ogni fiore ha saldata sotto la corolla (fig.5). I fiori sono di quindici tipi differenti e di questi sei sono ricorrenti: 1) fiore a cinque petali in cui l’androceo è costituito da pasta vitrea rossa incastonata in pistilli d’oro, i petali sono rifiniti sui bordi da filo godronato e da un granulo d’oro, alcuni pistilli sono smaltati di bianco e i petali sono decorati sui bordi da filo godronato e smalto blu scuro (fig.7); 3) fiore a quattro petali oblunghi in cui l’androceo è costituito da pistilli smaltati di bianco e i petali a bordo liscio sono ricoperti da pasta vitrea color beige (fig.8); 4) fiore a otto petali lanceolati sovrapposti a due e due ,sono smaltati in verde chiaro e quelli più interni sono in color sabbia e oro e l’androceo è costituito da gocce di smalto bianco (fig.9); 5) fiore a cinque petali leggermente oblunghi smaltati con pasta vitrea color sabbia, tra petalo e petalo sono saldate delle piccole sferette di oro, l’androceo è costituito da piccoli pistilli smaltati di bianco (fig. 10); 6) fiore a forma di girasole composto da petali godronati sui bordi con smalto incolore che crea l’effetto dello smalto guillochè alternati a petali smaltati in color oro più scuro (fig.11). 




Fra due alberini c’è un segmento di nastro a tre colori che si ripete simmetricamente. I nastri sono lastrine suddivise in tre scanalature sbalzate decorate a godroni e smaltate di verde, blu, sabbia e marrone, fra gli alberini ed i nastri è stato intrecciato un filo a sezione triangolare dello spessore   millimetrico che si avvolge a volute a formare ricci e viticci. Questo filo risulta fissato solo in alcuni punti per cui col movimento della testa provocava un tintinnio caratteristico nei diademi dell’epoca. Avvincente è la storia di questo diadema e di tutto il tesoro degli ori di Taranto, una collezione composta da 200 pezzi di oreficeria. Nel febbraio 1943 per proteggerlo dal bombardamento aereo il sovrintendente archeologico Ciro Drago dispose di racchiuderli in due cassette di legno e di trasferirli a Parma nel caveau   blindato della Banca Commerciale Italiana come aveva consigliato il Ministro dell’Educazione Nazionale Giuseppe Bottai perché era a prova di bombardamento aereo. L’8 settembre divise l’Italia in due parti e a Taranto si temette per la sorte del tesoro Si interpellò anche il Vaticano per riuscire a tornarne in possesso. Invece non tardò ad arrivare dal Ministero della Educazione Nazionale della Repubblica Sociale Italiana l’”Ordine di Immediata Consegna” del tesoro. I funzionari della banca aiutati in questo dai vertici della Direzione Centrale a Milano riuscirono ad evitare di consegnarlo alla Repubblica di Salò e finalmente a luglio del 1945 ritornarono a Taranto, dove ancora oggi possiamo ammirarli nelle sale del MARTA, Museo Archeologico di Taranto.

© Imelde Corelli Grappadelli, June 2016
© Copyright 2016 - all right reserved - tutti i diritti riservati.

#diadema; #Canosa; #Ori; #Taranto; #smalti #tecnologia dell'oro; #corona #gioielli archeologici; #granulazione; #fiori d'oro smaltati

giovedì 9 giugno 2016

Un matrimonio da favola

Sabato scorso a Mosca una festa di nozze da mille e una notte ha celebrato il matrimonio fra l’armeno Sargis Karapetyan e la georgiana Salomé Kintsurashvili. 

Questo matrimonio costato qualche milione di dollari si colloca al primo posto per la sua eccezionalità e stravaganza attirando gli sguardi divertiti e critici di tutto il mondo.  I magnifici  saloni del  famoso ristorante Safisa hanno ospitato l’evento e i cinquecento invitati sono stati accolti nella reception completamente trasformata in un bosco magico e magnificoGli ospiti hanno attraversato questo  incredibile foresta con laghetti realizzata seguendo una complessa  scenografia utilizzando milioni di fiori, luci, alberi veri e alberi falsi decorati con veri fiori.  Le magnifiche orchidee, rose, peonie, ortensie, lilla, mughetti  danno vita  alle decorazioni multicolori nei toni del rosa, bianco verde chiaro, lavanda, fuxia, sia per il bosco che per le decorazioni  a grande ballon che scendono dall’alto come centrotavola sospesi che per il flower-wall difronte al quale gli sposi posano per le foto con gli amici. Lo sposo ventitreenne Sargis Karapetyan è il figlio di Samuel Karapetyan, al 28° posto nella lista Forbes dei russi più ricchi, di origine Armena è il proprietario del Real Estate Tahir Group che possiede tra l’altro 33 shopping center e 8 alberghi di lusso in Russia.
Tuttavia fino ad oggi quasi sconosciuto. La sposa Salomé, venticinquenne, georgiana, laureata alla School for the Creation of new Phototonics Industries è co-proprietaria di un negozio on-line che vende abiti vintage di grandi marche che si chiama Buy By Me.  Dicono che nei patti prematrimoniali sia decisa l'interruzione di questo lavoro. Salomé  durante la festa ha cambiato tre volte d’abito. 
Vestito 1

Vestito 2
Vestito 3
Il primo è l’abito da sposa disegnato da Elle Saab, designer libanese prediletto dalla regina Rania di Giordania e dalle spose milionarie per il loro matrimoni da favola come quello tra Kim e Kamje Khadija, di colore bianco avorio, glitterato, ha una linea a sirena, maniche lunghe, strascico. Si ipotizza il costo di $ 35.000.   Il secondo abito è il costume tradizionale dei danzatori armeni con cui ha deliziato i suoi ospiti esibendosi in una danza nuziale rituale assieme al marito ed a un nutrito corpo di ballo: devo dire con molta grazia ed eleganza. Il terzo abito rosa pallido  dress lace disegnato da Alessandra Rich per le foto ufficiali.  Tra i gioielli indossati splendido il diadema Tiffany Savoy: 25 carati di diamanti, perle coltivate di acqua dolce, platino. Il Diadema Savoy è ispirato ad un gioiello creato da Tiffany negli anni Venti come quello indossato da Carey Mulligan quando balla con Leonardo di Caprio nel film “il Grande Gatsby”. 
Diadema Tiffany Savoy
Un gioiello ispirato al glamour della Jazz Age pur ricordando la grande gioielleria dell’Art Decò nella incastonatura a giorno dei diamanti, nei fiori stilizzati e nell’alternanza dei diamanti taglio baguette e brillante. Si pensa che questo diadema valga $200.000. Ad allietare la serata il gruppo musicale pop-rock statunitense Maroon 5 con il famosissimo cantante-chitarrista Adam Levine che sembra si sia accontentato di un assegno da $800.000. 
Infine la wedding cake, completamente bianca, di nove piani e interamente ricoperta da rametti di fiori bianchi, ma talmente alta che sembrava una torre!

© Imelde Corelli Grappadelli, June 2016
© Copyright 2016 - all right reserved - tutti i diritti riservati.
#Tiffany Savoy #Elle Saab #Salomé Kintsurashvili #Il Grande Gatsby #Carey Mulligan #Leonardo di Caprio #Diamond #Pearls #Jewells

mercoledì 1 giugno 2016

ORAFI E ARGENTIERI A BOLOGNA NEI SECOLI XII E XIV

“E’ conveniente che la Compagnia degli Orefici compaia con decoro nelle pubbliche funzioni con il Signifero avanti e con gli uomini muniti ciascuno di una torcia accesa ….. per quanto riguarda le opere di misericordia, nella solennità di Natale e Pasqua il Massaro può dispensare la somma di venti lire di quattrini a luoghi pii; …. in caso di lunga malattia di un orefice due membri del Consiglio saranno deputati ad andare a visitarlo e consolarlo e trovandosi egli in stato di bisogno a soccorrerlo fino alla somma di sette lire e mezzo; e se il suo bisogno fosse maggiore ne riferiranno al Consiglio il quale potra’ deliberare un maggiore aiuto ….. Nell’occasione della morte di un orefice saranno celebrate a suo suffragio a spese della Compagnia dodici messe e gli uomini del Consiglio preceduti dal Signifero e con le torce accese andranno ad onorarne la sepoltura e per tutto il giorno le botteghe rimarranno chiuse in segno di lutto”.  Così si legge nello Statuto licenziato il 28 gennaio 1672  il settimo Statuto approvato dal 1289, anno di fondazione della corporazione delle Arti Orafe ed è lo statuto più completo e complesso nel quale vengono considerati tutti gli aspetti del mestiere sia per quanto riguarda il controllo dell’Arte, le cariche degli Ufficiali predisposti al controllo dell’Arte, i parametri di tolleranza dei titoli di bontà della lega di oro e argento. Le botteghe degli orafi  erano nella Ruga degli Orefici-oggi detta il quadrilatero, una zona compresa da via degli Orefici, via Drapperie, via Pescherie, vicolo Ranocchi, e solo qui potevano stare: nelle botteghe si lavoravano i metalli preziosi, oro e argento e le tecniche di lavorazione  dovevano garantire la bontà del titolo della lega cioè la percentuale di metallo puro minima  che doveva essere contenuta nella lega. Il titolo della lega era stabilito negli Statuti e veniva nominato un Rettore -eletto ogni sei mesi tra gli orafi che componevano il Consiglio- che aveva il compito di controllare che tutto si svolgesse nel rispetto dello Statuto e quindi anche che il titolo della lega d’oro e di argento rispettasse i parametri di tolleranza. Nello statuto del1336  si stabilisce che  il Rettore fosse preposto specificatamente alla disciplina delle lavorazioni dei metalli all’interno delle botteghe; ha un suo consiglio formato da cinque uomini di buona fama scelti da lui tra i migliori, oltre ad un notaio ed un nunzio a sua disposizione. Deve visitare le botteghe, controllare il titolo dei preziosi, può concedere, dopo l’approvazione dell’Arte, le licenze temporanee agli stranieri che vogliono lavorare o commerciare a Bologna per un periodo di tempo definito, il rettore può multare. Alla fine della sua carica il suo operato sarà controllato da due sindaci. Lo statuto del 1299 aveva stabilito che la bontà del titolo dell’argento usato per le oreficerie fosse pari al Bolognino grosso cioè di 883 millesimi, pari a 9 once e 22 denari di argento fino per libbra. Tuttavia il 5 novembre del 1355 a seguito di una denuncia e querela furono processati 22 orafi bolognesi per avere esercitato da oltre 40 anni l’attività in modo fraudolento utilizzando una lega di argento inferiore, cioè 9 once e 12 denari di argento e 2 once e 12 denari di rame, anziché le 9 once e 22 denari d’argento stabiliti dallo Statuto del 1299.
Qui di seguito i nomi di diciannove dei ventidue orafi:
Andrea Ugolini  della Cappella di san Biagio, Giovanni De Anellis della Cappella di Santa Maria del Tempio, Giacomo Bernardi della Cappella di san Senesio, Andrea Bilaqua, Branca maestro Mani della Cappella di san Giovanni in Monte, Pietro di Amedeo di Alberto di Calvo della Cappella di San Mamante, Pietro Canovini di Berto della Cappella di san Domenico, Colao di Gigliola della Cappella di San Martino dell’Avesa, Guglielmo Francesco Diotefe della Cappella di Santa Maria Maggiore, Lenius Bernardini di Bernardino della Cappella dei Santi Simone e Giuda, Fabiano di Mino di Lodovisis della Cappella di san Martino dell’Avesa, Maxignolus di Masini di Masignis della Cappella di S.Vitale, Andrea di Bartolomeo della cappella di s. Michele dei Leprosetti, Ghisilardi Fulcerio di Bartolomeo della Cappella di Santa Maria della Mascarella, Giacomo I Ottoboni di Pietro della cappella di S.Maria al Mercato, Pietro di Giovanni oreficie da San Ruffillo della cappella di S.Damiano, Pietro di Rodoaldo della cappella di S.Michele dei Leprosetti, Pietro di Brunalleli della cappella di santa Cecilia, Maestro Siro di Gerardo della cappella di Santa Cecilia. L’accusa era molto forte ed inquietante tuttavia gli orafi accusati non si preoccuparono eccessivamente perché all’interno della corporazione esisteva già un sistema di controllo molto accurato e severo ed i lavori prima della vendita venivano sottoposti al controllo e alla verifica del Rettore. Così quando furono convocati il 12 novembre a comparire davanti al giudice in tribunale non si presentarono e mandarono solo il Notaio e procuratore della corporazione degli Orafi Francesco di Buvalello di san Giorgio che ricusò dicendo che  il Podestà per l’accusa si rifaceva agli Statuti del 1299 che non recando nessuna nota di registrazione della camera degli Atti non avevano avuto l’approvazione quindi non avevano vigore. Inoltre era uno Statuto fatto da molto tempo e non era uniformato ai nuovi statuti del Comune. Riconobbe tuttavia che in realtà si lavorava un argento alla lega di 9 once e 12 denari “ad Tocham” e di 9 “ad Ignem” per allinearsi al titolo usato dalle vicine città e così fare fronte alla concorrenza degli orefici forestieri. ( ad Tocham e ad Ignem sono due modi differenti per provare il titolo del metallo. ad Tocham è lo sfregamento del metallo della pietra di paragone, detta tocca, e veniva usata per i lavori di piccola dimensione, mentre ad ignem è una operazione più complessa e distruttiva perché una parte di metallo lavorato veniva fuso. questo secondo metodo veniva utilizzato per oggetti di grande dimensioni.
Due furono i motivi che portarono gli orafi ad usare una lega così povera di argento puro: la diminuzione del valore della lega d’argento che nel 1299 costava 25 soldi l’oncia e trenta anni dopo era sceso a 23 soldi, poi la diminuzione del peso dei Bolognini grossi e del conseguente aumento del loro numero da 20 a 22 e mezzo per oncia. Il secondo motivo era la concorrenza degli orafi forestieri che lavoravano l’argento ad un titolo inferiore. Gli orafi infine lavoravano in ragione di due soldi di bolognino, quindi veramente con un margine minimo di guadagno. Muovendo queste obiezioni, chiedono all’Arcivescovo Giovanni da Oleggio di comandare al Vicario e alla Curia del Podestà, dopo avere chiarito la loro posizione e illustrato le loro motivazioni, di non molestarli più perché altrimenti a loro non restava che il vagabondaggio poiché non conoscevano altro mestiere. L’Arcivescovo, Signore di Bologna, Giovanni da Oleggio, ordinò di esaminare la causa sia al Vicario che alla Curia del Podestà. Malgrado la risposta rassicurante dell’Oleggio, era stata recapitata ai ventidue orafi una pesantissima condanna perché contemporaneamente il Giudice dei Malefici aveva proseguito il processo e, scaduto il termine entro il quale gli orefici dovevano presentare la loro difesa, il 3 dicembre pubblicò il bando con cui li condannava a pagare entro otto giorni al tesoriere del Comune di Bologna somme varianti da “20 a 150 lire di Bolognini a testa per un totale di 1432 bolognini. Una cifra ENORME!
Gli orafi reagirono spaventati infatti non si aspettavano questa multa, attendevano fiduciosi la risposta, per loro positiva, della inchiesta affidata al Vicario e alla Curia del Podestà ed erano,anzi, molto fiduciosi poiché il Signore di Bologna aveva accolto la loro domanda. A questo punto il tempo stringe, devono risolvere il problema prima che scada il termine degli otto giorni. Oppure ottenere un decreto di grazia  dal Signore stesso, Giovanni Oleggio:decidono di percorrere questa strada. Proprio in quei giorni Bologna è in festa per la felice conclusione della guerra contro Bernabò Visconti “ el di de sancto Ambrosxo se fe festa e vestisse tutte le compagni e fero gran bali e bagordi” (Villola, Cronache 1356). Gli orafi presentarono il 9 dicembre una seconda istanza all’Oleggio nella quale spiegavano la loro situazione. in buona sostanza c’era stato un equivoco: il Cancelliere Luchino Savio e Guido Lambertini avevano informato gli orafi dell’ordine imposto al Podestà di non procedere oltre contro gli orefici, per questo non sin erano presentati in tribunale: per questo equivoco erano stati multati, inoltre non avevano abbastanza denaro per pagare la multa, a mala pena vivevano col loro lavoro. Così dichiarandosi fedeli e devoti servitori supplicarono l’Oleggio ad avere misericordia e lo informarono di volere prendere parte ai festeggiamenti in corso e condividere la gioia dei cittadini bolognesi per la vittoria su Bernabò Visconti. Questo argomentazione piacque molto all’Oleggio che a sua volta aveva bisogno di trovare nuovi consensi fra i martoriati cittadini bolognesi: Bologna era una città turbata da continue guerre e nella più misera condizione,decise di credere alla buona fede e all’innocenza degli orefici. Il 9 dicembre 1355, quindi nella stessa giornata, Giovanni Oleggio emise un decreto favorevole agli orefici condannati sottolineando che , in occasione delle feste in onore della pace avevano partecipato con grande sfarzo ed esborso di denaro organizzando balli e divertimenti, perciò con ogni suo potere stabiliva e decretava che tutte le pene inflitte fossero rimesse. Il 12 dicembre 1355 il decreto presentato al Giudice dei Malefici fu registrato e la sentenza annullata. Questo processo così insolito e dalla conclusione così repentina e particolare da il fianco alla necessità di redigere un nuovo statuto per regolarizzare il nuovo stato dell’arte.
Il nuovo statuto viene approvato nel mese di febbraio 1356. Era Massaro dell’Arte degli Orefici Sirio di Gerardo Dolimani. Ministeriali Nicolò di Gigliolo, Fabiano di Mino e Domenico di Francesco, rettore Pietro di Salvo. Il nuovo statuto viene sottoposto ad una commissione di Sapienti convocata da Giovanni da Siena, Vicario generale dell’Oleggio ed approvato; il 27 aprile depositato e registrato nella Camera degli Atti del Comune: queste le nuove disposizioni: il titolo dell’argento deve essere pari a 9 once e mezzo di fino per libbra; le saldature devono essere di 9 once e un quarto di fino, e dove ne occorrono molte, di nove once soltanto. I bottoni d’argento debbono essere alla lega di otto once di fino, si tollerano quelli alla bontà di sette once già precedentemente fabbricati. Ogni Maestro deve avere il suo contrassegno inciso su un punzone di ferro e con esso bollare tutti i suoi lavori, poi il Rettore deve poi avere un suo segno con cui bollare tutti i lavori che gli saranno presentati purché rispondenti alla bontà dovuta previo assaggio a fuoco, quindi il lavoro con i due bolli può essere venduto. Le pene previste per i contravventori saranno di due soldi per ogni oncia di argento per la prima multa, espulsione perpetua dall’Arte in caso di più recidive. La decisione di scrivere un nuovo statuto quindi è determinata dalla necessità di bonificare e codificare una consuetudine “illegale” perché fuori dalle norme statuarie. La domanda che si pone lo storico è perché solo ora dopo un così lungo periodo di quaranta anni si decide di intervenire privilegiando e legalizzando una lega diversa per la lavorazione dell’ argento di quella fissata dagli statuti del 1299, ma anche: come è pensabile che nessun organo preposto al controllo avesse scoperto prima dei questo processo come stavano le cose da circa quaranta anni?
Il Sighinolfi ipotizza che questa situazione fosse tollerata per necessità per le condizioni politiche e per il mercato monetario sia a Bologna che nelle città vicine. La situazione politica a Bologna non era assolutamente tranquilla, Bernabò Visconti aveva inviato a Bologna un nuovo podestà milanese il quale congiurò invano contro Giovanni da Oleggio che d’altro canto aumentò il suo feroce controllo sulla città. Gli orafi avevano ottenuto il riconoscimento morale del loro operato con l’annullamento della condanna e poi riconosciuto legale con il nuovo Statuto per cui si dichiararono soddisfatti. Dopo pochi mesi tuttavia in 3 agosto 1356 il Vicario dell’Oleggio Petruccio Marsili da Modena riunisce una commissione per discutere se i nuovi Statuti degli orefici fossero politicamente utili all’Oleggio. Quindi furono convocati il Collegio degli Anziani, i Consoli e dieci Sapienti per quartiere, ma non si risolse il problema, per cui Petruccio Marsili riconvocò una assemblea di orafi in uguale misura favorevoli e contrari, per discutere il problema se fosse più conveniente lavorare alla lega antica del Bolognino Grosso o alla nuova dello Statuto del 1356. Il 22 agosto il Vicario convocò la Commissione dei Quaranta sapienti e degli Anziani, espose la questione del titolo della lega e confermò che la riforma degli Statuti di Febbraio era sembrata dannosa a quasi tutti. Per questo motivo si compilarono due capitoli con cui da una parte si ristabiliva l’antica lega del bolognino grosso e dall’altra si nominavano due sapienti per quartiere che dovevano provvedere a limitare la perdita agli orefici che avevano lavorato con la lega nuova. Il 5 settembre gli Otto Sapienti riaffermano la volontà di ripristinare la lega del Bolognino grosso dello Statuto del 1299 pur permettendo di commerciare per tutto il mese di settembre gli oggetti già lavorati. Per questo motivo viene nominato il 7 settembre un socio del Rettore per assumere le denunzie e provvedere all’assaggio. Il Sighinolfi ipotizza che tutta la questione della lega e del processo agli orafi fosse sollevata e voluta dai Cambiatori che erano in concorrenza con gli orefici. La risposta può ancora una volta essere politica, Oleggio aveva condonato agli orafi che lo avevano sponsorizzato nelle celebrazioni della vittoria e quindi aveva appoggiato un protezionismo contro le importazioni degli argenti. Invece i Cambiatori non sono soddisfatti dal nuovo statuto che li danneggiava e per due anni chiederanno modifiche e il ritorno all’antico statuto. Chiedevano di potere tenere ogni quantità d’argento anche lavorato a qualsiasi lega e vendere e comprare con l’indicazione della lega e del valore per oncia. Questa questione continua fino al 1359 quando viene accettato definitivamente lo statuto del febbraio 1356. Bologna il 1 aprile 1360 passa in mano al cardinale Egidio Albornoz, l’Oleggio schiacciato dalla pressione del governo Pontificio si ritira nelle Marche dove riceve una Signoria, una pensione annua di 12.000 fiorini e la garanzia di altri 80.000 fiorini, il soldo arretrato dei suoi mercenari.
© Imelde Corelli Grappadelli, June 2016
© Copyright 2016 - all right reserved - tutti i diritti riservati.