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mercoledì 30 gennaio 2019

Palazzo Pallavicini a Bologna

Fuori Porta Stiera in via s.Felice al numero 24, si trova Palazzo Pallavicini.
I primi proprietari di questo magnifico edificio furono i Da Sala, forse di origine Franca, che a metà del XII secolo si trasferirono a Bologna da Sala Bolognese partecipando alla vita politica della città ricoprendo alcune magistrature comunali, furono notai, mercanti, condottieri, dottori dello studio e col partito guelfo si schierarono a favore della Chiesa di Roma.
Gli ultimi da Sala che vissero qui furono Bornio(1400-1469) insegnante di diritto all’Alma Mater, rigido moralista e sostenitore del dominio temporale del Papa su Bologna e suo figlio Giovanni Gaspare giurista che vendette il Palazzo di famiglia nel 1504 per pagare la dote alla figlia Eleonora .
Giovanni Gaspare da Sala,(1440-1511) uno dei cinque figli di Bornio ed Elena Poeti, era nato nel 1440, poiché era dotato di grande talento fu avviato dal padre, umanista e giurista, allo studio del diritto civile e canonico : i suoi maestri furono Alessandro da Imola ed Andrea Barbazza. Il 18 febbraio 1460 si laureò Dottore in diritto civile e canonico in un momento politicamente delicato per la sua famiglia, infatti il padre Bornio, nel 1459, aveva denunciato il malgoverno dei Bentivoglio e la loro tirannia sulla città di Bologna, ma  contrariamente alle sue aspettative, sperava che il governo della città fosse tolto ai Bentivoglio per riportare in auge le famiglie vicine alla Chiesa come la sua, il papa Pio II non prese posizione e il Da Sala trovandosi in grave difficoltà dovette allontanarsi da Bologna.
Il giovane figlio, che si era laureato poco dopo, aveva comunque ricevuto incarichi apparentemente prestigiosi dalla Università ma le sue lezioni erano disertate perché gli orari coincidevano con quelle dei suoi maestri oppure erano fissate in giorni festivi. Poiché aveva pochi  studenti lo stipendio era assai modesto, 200 lire di bolognini, contro le 1200 corrisposte al giurista Andrea Barbazza .
A questo si aggiunse nel 1463 il gravoso incarico ricevuto dalla madre Elena Poeti di amministrare la sua dote, provvedendo alla gestione familiare e alla tutela del fratello minore. Tutta l’amministrazione fu quotidianamente documentata nei due libri “il Giornale” e il “Memoriale” dal Da Sala . Questi sono libri di ricordanze, scritti in lingua latina, che nel tempo hanno dato lustro e fama a Giovanni Gaspare poiché documenti e fonti storiche  per lo studio degli usi e consuetudini della vita bolognese, dalla gestione dei beni di famiglia alle operazioni  finanziarie, dal recupero di  posizioni debitorie all’acquisto di libri.
Il 15 febbraio 1470, sposò Elena figlia di Gabione, della famiglia senatoria  Gozzadini, che oltre alla dote portò nuovo lustro alla famiglia da Sala. Purtroppo questo matrimonio fu di breve durata perché  dopo tre anni Elena morì di parto.
Nel 1475, incoraggiato da Ginevra e Giovanni Bentivoglio, sposò Maddalena di Angelo da Serpe, dalla quale ebbe cinque figli, ma anche la seconda moglie morì di peste il 20 ottobre 1486. Infine nel 1494  sposò Margherita Pepoli, figlia di Obizzo e nipote del giurista Giovanni, dalla quale non ebbe figli.
Nel 1504 per pagare la dote alla figlia Eleonora avuta dal secondo matrimonio, vendette il Palazzo Sala e andò a vivere in affitto. Le difficoltà finanziare, benché avesse proprietà famigliari di qualche pregio, non lo abbandonarono mai e sempre la delusione di una carriera accademica mai decollata lo accompagnarono alla morte avvenuta il 24 marzo 1511. 
Il Palazzo passò in proprietà alla famiglia Villa, quindi alla famiglia Volta, poi alla famiglia Marsili, e nel 1680 alla famiglia Isolani. Gian Marco Isolani lo modificò nel rispetto “dei modi dell’architettura Senatoria”: un sostanziale sventramento del vecchio Palazzo per ricavare gli spazi necessari alla tipologia del Palazzo senatorio: la scalinata monumentale ed  il salone amplissimo e altissimo con soffitto a lanterna. Questi lavori furono realizzati dall’architetto Paolo Canali (1618-1680). A seguire nel 1681 gli Isolani vendettero ai fratelli Girolamo e Carl’Antonio Alamandini che a loro volta lo lasciarono, con la villa di Croce del Biacco, in eredità alla sorella Veronica, moglie di Paolo Bolognetti. Il senatore Alamandini nel 1690 aveva incaricato il pittore Giovanni Antonio Burrini di affrescare con lo stile monumentale tipico dell’epoca il salone senatorio con le Storie di Fetonte e le Parti del mondo. Il Burrini (1657-1729) pittore bolognese, allievo del Canuti, molto apprezzato e colto, che conosceva la grande pittura veneta avendo lavorato a Venezia, è tra i pittori bolognesi più dotati e originali della generazione attiva nel periodo 1680-1720.  È detto“il nostro Cortona o il nostro Giordani", il sofisticato impianto pittorico, lo "spirito caldo e franco" e il vigore impetuoso del suo stile  spiccano nell'ambito dell'erudita cultura artistica bolognese.  Rappresenta l’avanguardia di quella che è stata definita la corrente neoveneziana della pittura tardo-secentesca bolognese. Dipinse a Firenze, a Torino e a Zola Predosa, e fu tra i fondatori della Accademia Clementina di Bologna (1709), di cui fu il settimo principe (1723-24).
Nel 1729 i conti Bolognetti ristrutturarono “di nuova Fabrica” (Taruffi, 1738) affidando l’incarico del cantiere all’architetto Luigi Casoli . 
Nel 1765 il maresciallo Gian Luca Pallavicini (1697- 1773) si trasferì a Bologna da Milano, nato in una nobile e famosa famiglia  più volte assurta alla carica dogale nella Repubblica di Genova, ebbe una brillante carriera militare e le sue doti diplomatiche e politiche furono molto apprezzate e premiate dagli Asburgo: consigliere di stato dell’imperatrice d’Austria Maria Teresa e viceré di Milano. Il governo della città di Milano mise in luce le sue rare doti diplomatiche, sempre alla ricerca del consenso popolare, l’episodio del rinoceronte  esposto alla curiosità di tutti i cittadini milanesi ne é memoria. Quando lasciò Milano e decise di trasferirsi a Bologna  trovò in Palazzo Bolognetti il luogo ideale per rivivere i fasti milanesi di Palazzo Reale perché  il proprietario, il senatore Ferdinando Bolognetti, si era trasferito a Roma e lo aveva messo in affitto. Il palazzo così entrò nella disponibilità del Pallavicini che iniziò a ricevere selezionati ospiti e  diplomatici internazionali invitandoli a sontuose feste, banchetti o esclusive serate musicali, protetto da guardie austriache e servitù tedesca.  Memorabile fu la esibizione di Wolfgang Amadeus Mozart nel salone dipinto dal Burrini illuminato a festa la sera del 26 marzo 1770. Il talento del giovane musicista quattordicenne incantò il pubblico: erano state invitate settanta signore scelte tra l’aristocrazia bolognese e internazionale, i principi di Holstein e di Saxon Gotha, e i massimi esponenti dell’autorità religiosa: l’Arcivescovo Vincenzo Malvezzi, il cardinal legato Antonio Colonna Branciforte e monsignor Ignazio Boncompagni Ludovisi oltre ai musicisti Misliveček, Farinelli, Barney, padre Martini. Il concerto fu un successo strepitoso e ne rimane memoria nella lettera scritta il 28 marzo da Gian Luca Pallavicini al ministro Firmian “...il giovane professore mi diede prove così ammirabili del suo sapere che alla sua tenera età sarebbe incredibile a chi non lo vede.” In altre occasioni furono ospitati personaggi di passaggio da Bologna come Maria Carolina d’Ausburgo in viaggio per Napoli dove avrebbe sposato Ferdinando II di Borbone, e l’imperatore d’Austria Giuseppe II. In seguito il Palazzo fu acquistato da  Gian Luca Pallavicini e donato al  figlio Giuseppe (1756/1818) che incaricò nel 1788 l’architetto Alessandro Amadesi di metter mano alla facciata dell’edificio per trasformarla come la vediamo oggi: sul fronte di via San Felice è possibile individuare tre distinti corpi di fabbrica inglobati nell’attuale facciata ornata da un grande balcone decorato con foglie di acanto in ferro battuto e il bellissimo cornicione in cotto, mirabilmente conservato, del primitivo Palazzo Da Sala  diventato ora “corte Pallavicini in Strada San Felice”.
Giuseppe Pallavicini fu iniziato agli studi umanistici dal padre. Il suo maestro fu Carlo Bianconi (1732-1802) letterato, collezionista di opere d’arte, artista, architetto, incisore e ornatista che a sua volta era stato allievo dello zio Giovanni Battista, rinomato teologo e professore di greco, del pittore scenografo Ercole Graziani, dello scultore anatomico Ercole Lelli, famoso per le sculture in legno e in cera. 
Carlo Bianconi con gli amici incisori Mauro Tesi e Francesco Algarotti sentì la necessità di un rinnovamento negli stilemi artistici ormai obsoleti del tardo barocco, e diede vita ad una corrente artistica bolognese nuova  recuperando dall’antico le forme eleganti classiche della grande tradizione greca e romana da contrapporre al barocchetto dilagante. Sta per nascere il Neoclassicismo, corrente artistica alimentata dagli studi dello storico prussiano Johann Joachim Winchelmann (Altmark, il 9 dicembre 1717, morto a Trieste l'8 giugno 1768, assassinato) inventore del concetto di Storia dell’Arte come valore di facoltà spirituale e di studio di un fenomeno sociale, analogo alla poesia. La definizione di Storia dell’Arte fu una delle maggiori conquiste intellettuali del sec. XVIII, che permise  d'identificare la storia dei monumenti con la storia stessa della civiltà. La sfaccettata preparazione culturale di Bianconi fece si che ottenesse straordinari riconoscimenti accademici a Bologna, Roma e Milano dove per 23 anni fu rettore dell'Accademia di Belle Arti di Brera, da cui venne licenziato per ragioni politiche, non era gradito ai francesi, sostituito da Giuseppe Bossi, dopo poco nel 1802 morì .
Giuseppe Pallavicini forte di questa straordinaria preparazione accademica e umanistica appresa dal suo maestro Bianconi  si sente pronto e decide di volere essere un  protagonista in questo cambiamento culturale che sta per travolgere tutta Europa  restaurando il Palazzo di famiglia con i nuovi stilemi dell’arte neoclassica . Il Palazzo inizia la sua nuova trasformazione come oggi possiamo ammirare nelle sale e camerini del piano nobile. I documenti, le lettere di incarico, le carte e le ricevute di pagamento hanno permesso di identificare con precisione gli interventi architettonici e decorativi voluti da Giuseppe Pallavicini, dando un volto agli artisti che collaborarono a rinnovare l’edificio.Sta per nascere un modernissimo cantiere dove i migliori artisti bolognesi della epoca sono invitati a dare il meglio della loro esperienza per creare un magnifico esempio di Palazzo Neoclassico.
L’incarico viene affidato all’architetto Raimondo  Compagnini (1714 -1783 ) architetto teatrale e civile, quadraturista e scenografo presso l'Accademia Clementina, allievo di Ferdinando Galli Bibiena e di Marc'Antonio Chiarini. Nel 1776 il Compagnini diede inizio ai lavori di ampliamento del palazzo consistenti in "appartamenti nuovi fabbricati di pianta..." nella parte sinistra dell'edificio e "nuove officine con annessi di grandiosa scuderia e rimesse ed altro nel Pradello" .
Contemporaneamente il giovane Giuseppe decide di sposare Carlotta Fibbia discendente di una importante famiglia toscana: nel quindicesimo secolo il principe Francesco Fibbia Castracani fuggito da Lucca per motivi politici, riparò a Bologna ospite di Giovanni Bentivoglio e di cui successivamente sposò la figlia Francesca, abitò in via Galliera dove oggi è Palazzo Felicini. Francesco Fibbia legò il suo nome al gioco bolognese di carte chiamato  “tarocchino bolognese”definendone le regole e disegnandone le carte che  firmò, infatti sia la Regina di bastoni che la Regina di denari hanno una Fibbia d’oro.
I lavori a Palazzo Pallavicini fervono: lo scultore Giacomo Rossi dovrà
realizzare magnifiche decorazioni in stucco per le grandi sale “il Camerone” e “i Convitti” dell’appartamento di rappresentanza (1789-92). Questi ornati costituiscono, insieme a quelli delle residenze Gnudi, Aldrovandi e Albergati a Zola Predosa, le principali realizzazioni di Rossi secondo le regole e il lessico di Carlo Bianconi, senza dimenticare la costante collaborazione con l’architetto Angelo Venturoli(1749-1821).  Nel 1779 Giacomo Rossi sposò Teresa Mazzoni, attrice di teatro, dalla quale ebbe due figli: Federico (1783-1871)che divenne maestro d’ingegneria, e Adelaide (1790-1809) che morì diciannovenne di febbre. Il  dolore per la perdita della adorata figlia sfociò in un attacco apoplettico che lo minò nel fisico e determinò la sua fine come artista. Il talento di Rossi oggi lo ammiriamo nelle gradevolissime, enormi e complesse decorazioni a stucco “alla greca” distese sulle pareti del Palazzo e che nella Sala da Convito raggiunge esiti sorprendenti, per i quali risultano inconfondibili(1789). Gli stucchi di Giacomo Rossi sono inseriti nelle quadrature disegnate e dipinte da David Zanotti (Bologna,1733-1808) .
L’incarico di affrescare iI soffitto va al pittore Filippo Pedrini (1763-1856) e il tema deve rimandare alle origini mercantili della famiglia Pallavicini. Gli affreschi sono ambientati nei paesaggi di Vincenzo Martinelli(1737-1807).Questo pittore rimasto orfano di padre ad undici anni, iniziò a lavorare col paesaggista bolognese C. Lodi (1701-1765) che è considerato indiscusso caposcuola del paesaggio bolognese e aggregato all'Accademia Clementina già dal 1747. Costui privo di prole lo accolse come un figlio e gli lasciò in eredità la bottega. Le “stanze paese» o «boscarecce» del Martinelli sono famose e suggestive e in palazzo Pallavicini lavorò al  soffitto con l’allegoria del Commercio di Pedrini (1793) e a due soprapporte (1795).
Le ghirlande fiorite dipinte lungo le pareti della sala dei “Conviti” al modo della reggia estiva dell’Oranienbaum di Caterina di Russia sono di Serafino Barozzi . I primi anni della sua vita li trascorse col fratello in Russia dove fino al 1764 lavorò al Palazzo d'inverno di Pietroburgo, purtroppo distrutto da un incendio nel 1837, e al padiglione di Katal'naja Gorka nel parco di Oranienbaum. Nel 1770 tornò Bologna e nello stesso anno venne nominato accademico clementino. La sua pittura ad affresco e la sua esuberanza decorativa è inconfondibile. Straordinari gli effetti illusionistici accuratamente studiati, iperrealistici festoni e ghirlande di magnifici fiori e frutta che si inanellano su colonne e reperti archeologici. Barozzi rappresenta l’ultima generazione dei quadraturisti bolognesi iniziata più di un secolo prima da Girolamo Curti detto il Dentone (1575 -1632) e portata alle estreme conseguenze dai Galli Bibiena, famiglia di artisti attivi anche in ambito europeo tra il XVII e il XVIII secolo.
Al pittore bolognese Pietro Fabbri fu affidato l’incarico nel 1791 di realizzare l’affresco a soffitto di una sala al piano nobile del Palazzo  in omaggio a “l’imperatrice Maria Teresa d’Asburgo come Cibele Madre di tutti i popoli”mentre a Parigi a seguito della Rivoluzione, la figlia dell’imperatrice Maria Antonietta, prigioniera dei rivoluzionari francesi, attendeva la sentenza di morte nella prigione del Tempio .
All’abilità dei figuristi Giuseppe Antonio Valliani, Emilio Manfredi e Francesco Sardelli furono affidate le ultime decorazioni ad affresco dal salottino” à la greque” dello appartamento d’inverno alla infilata delle sale che si snodano una nell’altra dietro la lunga facciata.
Oggi il Palazzo Pallavicini è il preziosissimo contenitore di Storia dell’arte bolognese che ospita nei suoi fastosi saloni mostre d’arte contemporanea di grande interesse.

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© Imelde Corelli Grappadelli, February 2019
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