GIOIELLO IDEALE

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lunedì 11 marzo 2019

ARCHEOPATAFISICA
Catalogo a cura di Simonetta M. Bondoni Busi, 1991
Nell'intricato labirinto delle teorie sull'arte che hanno tormentato il XX secolo, ciò che sembra ancora non riuscire a sbloccarsi è il pregiudizio relativo alle arti cosiddette decorative, considerate tuttora "minori". Come se la "decorazione"-chiamata è vero, col nome più alto di estetica- non fosse poi il fine di qualsiasi opera d'arte; è come se qualunque tipo di opera d'arte non fosse costretto a fare i conti con l'abilità manuale, con l'impasto dei colori, con la fusione, con la specificità degli attrezzi e via discorrendo. La maggior parte delle persone sarà tuttavia disposta ad ammettere che un dipinto (un quadro ad olio per esempio), non è ipso facto un'opera d'arte, anche se più difficile sarà il passo successivo: e cioè il riconoscere che un oggetto (un gioiello per esempio) possa al contrario esserlo.Ovvero la qualifica di artistico verrà, nel secondo caso, tendenzialmente sfumata, circostanziata, delimitata da categorie in qualche modo riduttive, che sembrano avere parentela con la riserva morale Dovrebbe invece in fondo bastare la semplice riflessione che se un gioiello dipinto all'interno di un quadro (e ne possediamo infiniti esempi) può qualificarsi come opera d'arte, non si vede perché non possa il gioiello medesimo, nella sua tridimensionalità, aspirare al titolo puro e semplice di arte. Mi vengono alla mente, in proposito, i formidabili tappeti di Lorenzo Lotto, centro focale di molti suoi quadri, raffigurati con sublime maestria ma anche con assoluta precisione. Dubito che solo pochi, trovandosi oggi sotto gli occhi quei medesimi tappeti, avrebbero l'accortezza di guardarli con gli occhi con cui li guardava appunto il Lotto, e cioè come vere e proprie opere d'arte. La distinzione tra arti maggiori e minori è evidentemente tarda e di stampo positivistico (è chiaro a tutti che Cellini considerava se stesso ed era considerato dagli altri come un grande artista) e tuttavia - come si diceva- è dura a morire; anche se da molte parti, e nemmeno da oggi, ci si sforza di dichiararla obsoleta, inadeguata, e si reclama la necessità di chiuderla infine in uno dei cassetti della storia. I gioielli appartengono alla stirpe di quelli che reclamano giustizia (se non vendetta) e più di altre categorie, in verità faticano ad ottenerla. Pesa forse su di essi il pregiudizio che grava in generale su tutto ciò che viene indossato invece di venire appeso al muro o installato su di un piedestallo.Vengono cioè relegati nel campo della"moda", come se il fenomeno "moda" non infestasse ed inquinasse tutti gli ambiti estetici senza distinzione; e lo sanno bene tutti gli "addetti ai lavori " (critici e artisti), sia gli onesti che i ciarlatani. Il gioiello è inoltre penalizzato, paradossalmente, proprio dal fatto di essere realizzato con materiali altamente pregiati - oro, argento e pietre preziose - elemento che porta alla facile confusione tra bene-rifugio e bene artistico. L'impressionante produzione contemporanea, in gran parte meccanica, di "gioielli in serie" non viene certo in auto a chi invece veda la straordinaria potenzialità della oreficeria e decida di esprimersi proprio con questo mezzo artistico.Non è infatti un caso che alcuni artisti, specialmente d'oltralpe, abbiano recentemente proposto gioielli creati con materiali alternativi e poveri (carta, legno, tessuti) spesso mescolati con quelli tradizionali e pregiati. Benché nulla si opponga in linea di principio a questa sperimentazione (che tocca del resto l'intero mondo dell'arte e i cui risultati vanno valutati -come sempre -caso per caso) essa testimonia forse anche del malessere di un'arte che deve fare letteralmente i conti con il valore di oro e brillanti, cioè con quanto di più monetabile sia dato pensare. Chi, dunque, come Imelde Corelli Grappadelli , decida di esprimersi creando gioielli con l'uso delle tecniche e materiali specifici dell'arte orafa, sa di non doversi trovare di fronte a un compito facile. E tuttavia basta esaminare da vicino e studiare uno solo di questi monili come si fa con qualsiasi opera d'arte, per rendersi conto sia della qualità del lavoro sia dello straordinario sforzo di progettazione che sottende ciascuno di essi. A chiunque guardi con attenzione i gioielli di Imelde risulta perfettamente chiaro che ogni linea, ogni proporzione, ogni spessore ed ogni voluta rispondono ad una esigenza interna all'opera stessa, lo stesso vale per la scelta delle pietre in cui forma e colore dichiarano una ben precisa disposizione d'animo oltre che una insostituibile necessità formale. Pur utilizzando con perfetta maestria tutte le tecniche dell'arte orafa e pur conoscendone ogni segreto (o forse proprio per questo) l'artista è in grado di creare lavori le cui vibrazioni vanno ben al di là del puro virtuosismo. Anzi talora all'opera viene lasciata qualche apparente imperfezione quasi a firma e garanzia di autenticità,perché all'imitatore e al falsario (croce di ogni artista) mai riuscirà di copiarle. Al contrario si sforzerà di eliminarle, incapace di comprendere l'intima necessità di questi "nei di Venere ". Perché di necessità -lo ripetiamo- si tratta; la perla "mancante" nel collier "serve" a rivelare il filo d'oro che c'è sotto,l'imperfetta specularità di due orecchini coglie la leggera asimmetria di un volto; la diversa misura di due perle racconta la storia di due pianeti….e così via, in un continuo intrecciarsi di scoperte in cui ognuno può esercitare il proprio occhio e la propria intuitività. E' quindi evidente che questi monili non sono intercambiabili, e la scelta di ognuno di essi non potrà avvenire altro che su un piano di emozione empatica e simpatetica. Solo passando attraverso la vibrazione artistica ciascuno di noi potrà scegliersi (o essere scelto da) questi orecchini che si parlano oppure che danzano da un capo all'altro della testa, queste vorticose spille sovradimensionate, questi bracciali che si avvinghiano con elastiche ampiezze. Non è dunque un caso che per questi gioielli l'artista progetti anche espositori speciali: Imelde Corelli Grappadelli (e anche il nome - come lei stessa sottolinea - si attorciglia su se stesso) costruisce allora personaggi di patafisica memoria. Arcaici e domestici, ieratici e schizofrenici insieme, questi idoli di creta indossano con quieta ma conturbante disinvoltura ori e pietre, perle e coralli. Queste sculture che nascono da cordami di creta ritorta (il cui antropoformismo è quello visionario del Père ubu) spingono ancora più in profondità i meccanismi di identificazione e di riflessione già messi in moto dai monili. Non v'è dubbio che siamo in presenza di un lavoro denso di connotati archetipici, ricco cioè di elementi in grado di parlare - ad un livello più o meno consapevole- alla nostra coscienza. E - procedendo nella analisi - troveremo, senza troppa difficoltà, che gli elementi archetipici hanno un'espressione così storicamente assidua da essere archeologici. In ogni monile la modernità dinamica del presente trova radici in un passato carico di storia e di significati. Ogni contorsione del metallo prezioso è alimentata da secoli di sedimentato splendore. Ciò che è più nuovo è più archeologico. Questo è l'assioma di epigrafica certezza, del lavoro di Imelde. Assioma tanto più vero quanto più sostanziato da una storia personale di mesi passati nei musei a studiare i gioielli di scavo(Imelde si laurea con una tesi di storia antica con una tesi su "Elementi della tecnologia dell'oro nella antichità"), e tanto più vero quanto più sembra dare risposta all'ansia di novità che prelude al millennio a venire. Nel tifone inarrestabile della iperproduttività industriale e del consumo sempre più veloce, si definisce un centro immobile in cui regna la calma. Il centro del vortice è l'antico, che pesca nelle viscere della terra: l'archeologia è il nuovo. Tutto ciò che riesce a divenire archeologico è nuovo: l'oro, e i monili, e la patafisica e noi stessi. Provvisti ciascuno di un titolo insieme lapidario ed ironico (nella migliore tradizione dell'arte contemporanea), firmati e punzonati, i gioielli di Imelde si avventurano nel mondo con spavalda timidezza; e non sembri contraddittorio, perché se una certa spavalderia si trova in chi è convinto e orgoglioso della propria unicità , nondimeno la timidezza è tipica di chi si propone agli altri come un omaggio e come una poesia: senz'altra arma della propria bellezza. Questi monili si offrono al fruitore in un certo senso come appena usciti da un fortunata e non profanato scavo: nuovissimi, brillanti e già ricchi di tutto il pathos e di tutto il fascino della storia. L'archeologia ci viene in aiuto ancora una volta proponendoci di guardare questi lavori con gli stessi occhi con cui si guardano i monili che si presentano a noi già carichi di secoli e di millenni: fortificati dalla magia incantatoria dell'antichità essi appaiono senza ombre nella loro essenza di opere d'arte. Nessuno dubiterà - nell'osservare i gioielli dell'antico Egitto, i meravigliosi monili della Magna Grecia o i reperti etruschi- di trovarsi di fronte a prodotti artistici. Nell'indicarci l'archeologia, dunque, Imelde ci indica anche un strumento, una sorta di magico cannocchiale con cui leggere il suo lavoro, ed anche una categoria estetica che restituisca all'arte del gioiello la sua aura. Lo stretto vincolo che lega Imelde e l'archeologia viene sottolineato e rinsaldato dalla ultima "scoperta archeopatafisica" presentata in una serie di monili battezzati con il nome di Abraxas, la potente divinità gnostica, l'arconte dei 365 Cieli. In questi gioielli, l'oro riporta a nuova vita antiche pietre magiche incise, i potenti sigilli sasanidi carichi di simboli e di quindici secoli di storia. Questi sigilli di forte impatto visivo erano anche potenti amuleti, e la loro potenzialità magica non chiede che di venire riattivata; intrappolati in spirali di oro, inseriti in fili ritorti, racchiusi tra lamine auree, essi tornano a proporsi nella loro qualità di pietre, assolutamente personali, monili e amuleti, unici e irripetibili. La foresta dei ferodi-serpentiformi sculture in creta, cugini dei patafisici - nella quale gli Abraxas sono presentati, vuole sottolineare nella distribuzione dello spazio e nello spazio i caratteri "di dilatazione, di ascesa, di anelito…e di quant'altro. 

sabato 2 marzo 2019

Lady Gaga e il Tiffany Fancy Diamond

Qualche giorno è già trascorso dalla cerimonia di consegna degli Oscar, ma sono ancora abbagliata dallo sfavillio del collier di diamanti indossato da una emozionantissima Lady Gaga che  solleva la statuetta Academy Award for Best Song vinta come autrice della colonna sonora del film “A star is born”. La cantante fasciata  in super nero e strepitoso abito-installazione di Alexander McQueen,  lunghi guanti da diva, che schiudevano, come cornice di un quadro, il mezzobusto anticamera di un collo strepitosamente  adornato, viso stupendo, occhi scintillanti , capelli decolorati raccolti a banana, voce da brividio come la collana indossata: il Tiffany Yellow Diamond.
Questa collana girocollo mi ha fatto sognare: di platino e 120 carati di diamanti bianchi declinati in un geometrico mistilineo dove 20  grandi diamanti taglio Lucida sono alternati a 58 diamanti taglio brillante  più piccoli e sospeso un ciondolo di diamante famoso e favoloso di 128,54 carati, di uno straordinario colore Fancy Yellow, il mio preferito. Questa collana fu realizzata nei laboratori Tiffany nel 2012 per celebrare il centosettantacinquesimo  anniversario dalla fondazione, e in questa occasione è stata prestata alla famosissima cantante per calcare il red-carpet.


La storia del Tiffany Yellow Diamond  risale al 1878 quando Charles Lewis Tiffany acquistò il diamante grezzo del peso di 287 carati di un magnifico colore giallo  fancy. Questa grande pietra fu successivamente tagliata per esaltarne la bellezza dopo un anno di studio dal tagliatore di fiducia di Tiffany, in una pietra taglio cuscino con ben 24 faccette in più del taglio tradizionale, per un totale di 82. Questo taglio modificato fa risaltare quel “lampo “ che si percepisce nel fondo del padiglione che tradizionalmente si chiama “fuoco”. Il colore giallo saturo ed uniforme del diamante è una colorazione naturale che denota la presenza di piccolissime tracce di boro nella composizione chimica del carbonio puro che lo ha generato 13 milioni di anni fa. Interessante e sfavillante  il taglio utilizzato per i 20 grandi diamanti bianchi della collana,  il taglio Lucida, che è un brevetto del 1999 delle taglierie Tiffany: è un taglio cuscino quasi quadrato con faccette allineate che migliorano la luminosità  della pietra. Questa collana è da red carpet, non ha prezzo... si stima in trenta milioni di dollari solo il ciondolo.... Non è la prima volta che questa pietra viene fotografata al collo di celebrità , infatti Miss AudreyHepburn la indossò  per  le immagini pubblicitarie del film Breakfast at Tiffany's nel 1961 . La collana in cui era incastonata era un girocollo di ispirazione naturalistica, vagamente floreale, molto bella che forse preferisco a questa ultima versione troppo minimalista.
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© Imelde Corelli Grappadelli, March 2019
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