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martedì 4 febbraio 2020

Chagall - Sogno e Magia . Palazzo Albergati . Bologna

Marc Chagall
Il mistero della sua pittura

Il gallo viola, 1966-72
Moishe Zacharovič Šagal detto Marc Chagall nacque il 7/7/1887 a Vitebsk, e morì, quasi centenario, a Saint Paul de Vence, deliziosa cittadina a Nord della Costa Azzurra, il 28/3/1985. 
In questi giorni a Palazzo Albergati, a Bologna, è possibile visitare la mostra “Chagall sogno e magia“ che presenta una selezione molto interessante di quadri che spaziano dalla pittura ad acquerello a quella ad olio, dalla litografia all’incisione. 
La produzione artistica di Marc Chagall è vastissima ed il suo stile è immediatamente riconoscibile sia nelle opere di piccolo formato, come quelle presentate in questa mostra, che in quelle monumentali, come il soffitto dell’Opera Garnier a Parigi o il Museo Chagall a Nizza. A Parigi nel 1963 il ministro Malraux affidò a Chagall l’incarico di decorare il soffitto della Grand Salle del teatro. L’opera ricopre una superficie di 220 metri quadri dipinta su di un telaio rimovibile e sul bianco dello sfondo una straordinaria polifonia cromatica inanella vortici di figure fluttuanti ispirandosi alle opere di 14 compositori considerati tra i più importanti musicisti del mondo: Moussorgsky, Mozart, Wagner, Berlioz, Rameau, Debussy, Ravel, Stravinsky, Tchaikovsky, Adam, Bizet, Verdi, Beethoven e Gluck. Invece a Nizza nel "Musée National Message Biblique Marc Chagall" si possono ammirare diciassette tele monumentali, che il pittore ha donato alla Francia, rappresentanti scene dell’Antico Testamento, oltre ad arazzi, mosaici e vetrate policrome. Marc Chagall è un artista accattivante, la sua pittura assolutamente personale e stilisticamente riconoscibile, ci stuzzica a risolvere gli enigmi che ha magistralmente nascosto dipingendo la tela sconvolgendo tutto il sistema gravitazionale e affidando al colore la dinamicità del raccontare. 
Una piacevole sfida a leggere, se ne siamo capaci. I colori magistralmente addomesticati e le figure accattivanti che sono le assolute protagoniste: volano, si capovolgono, ruotano su se stesse, sempre bidimensionali, si rotolano nello spazio senza forza di gravità. Sembrano astronauti. Apparentemente facile e piacevole alla vista, questo ermetismo mai violento, ma simbolico e trasversale, affida ai simboli e al colore il compito di scatenare l’emozione nel cuore di noi che osservando il quadro cerchiamo la chiave di lettura. Una pittura colta ed ermetica. Non è assolutamente facile penetrarla e leggerla in profondità: occorrono dei codici per decodificarla, per capire il suo segreto e lasciarsi travolgere dalla emozione. Marc Chagall nel 1923 pubblica “La mia vita”, la sua autobiografia in lingua yiddish che successivamente sarà tradotta in russo e poi in francese dalla moglie Bella dove raccontando la storia della sua vita ci fa conoscere e meglio comprendere le vicende personali che hanno condizionato il suo percorso artistico. Una intuizione geniale ed utilissima a noi e a lui. Scrive in prima persona, e la lettura di questo libro ci fa rivivere l’entusiasmo, l’incertezza, l’alienazione, la difficoltà di affermarsi come artista attraverso le vicissitudini famigliari e religiose, economiche e politiche, il razzismo e l’emarginazione, la corruzione, il viaggio. Questo vorticoso e immobile divenire alla fine lo ha portato nuovamente a Parigi accompagnato dalla moglie Bella e dalla figlia Ida. Chagall stesso ci suggerisce all’orecchio, bisbiglia e noi ci avviciniamo all’opera penetrandone la bellezza e la rarità raccontata dal suo stile inconfondibile. 
Chagall nacque in una famiglia di ebrei Aschenaziti che parlavano la lingua Yiddish. Una famiglia molto religiosa dove la preghiera e il rispetto della tradizione erano al centro, l’impegno del padre è di essere un bravo lavoratore ed un bravo ebreo. Dalle parole di Chagall trapela il grande amore per il padre dignitoso nell’aspetto e affettuoso quanto intransigente con i figli: “tutto in mio padre mi pareva enigma e tristezza”. E “figura inaccessibile” questo padre che avrebbe dovuto essere un commesso impiegato in una bottega di stoccaggio di arringhe, in realtà era un operaio che si piegava a raccogliere pesanti barili pieni di arringhe e li trasportava con grandissimo sforzo. Il suo abito luccicava per la salamoia, ma tutte le sere al suo rientro a casa dalle sue tasche uscivano delle leccornie e delle pere gelate ed era festa. Proprio guardando il padre lavorare così faticosamente pensò che non avrebbe mai potuto seguirne le tracce perché il suo corpo non ne sarebbe stato capace. La madre lo ama e lo protegge, è il primo di nove figli. Marc nasce in modo drammatico in una casupola in un giorno di guerriglia con i cosacchi mentre la sinagoga, data alle fiamme, brucia. “Nacqui morto.... così fui tuffato in una tinozza semplice, quadrata, semicava, semiovale..... punto con gli spilli e alla fine ho emesso un fievole pigolio”. Ancora l'artista ripensando alla casupola vicino all’argine del fiume Peskovatik, si chiede “come ho potuto nascere qui dentro? Come si fa a respirare qui?” E qui visse fino alla morte del nonno. Successivamente il padre, per pochi rubli, acquistò un’altra proprietà, in via Petroskaja e qui “io nacqui per la seconda volta”. La sua vita da giovane ragazzo scorre all’interno di una famiglia organizzata dove il nonno, gli zii, la madre, il padre, la preghiera e la sinagoga, il cortile, gli animali domestici, i digiuni e le feste religiose influenzeranno la sua arte come le stelle scintillanti nel cielo o gli incendi osservati col nonno stando seduto sul tetto della casa. Ama la notte e al mattino fatica ad alzarsi, ama sognare e facilmente si spaventa. Una infanzia articolata dove la vita e la morte si avvicendano come momenti ineluttabili della vita, rimuginando che vuole diventare artista, anche se là Torah lo vietava, e la famiglia depistava. Sarà un percorso lunghissimo e difficilissimo dove non abbandona neppure per un attimo l’obiettivo: diventare artista. Dipinge ma i suoi quadri le sorelle li usano come tappeti per coprire i pavimenti per asciugarsi i piedi, e soffre mentre li riappende alle pareti, o come quando portò il ritratto allo straordinario zio Zoussy, l’unico parrucchiere a Lyozno, talmente bravo che “potrebbe farlo persino a Parigi.... le sue maniere, i baffi, il sorriso, lo sguardo” che dopo averlo guardato gli disse: “Ebbene, no, conservalo tu!”. Crescendo inizia a frequentare la scuola, finge di balbettare per darsi un tono, è bravissimo a disegnare, il migliore della classe e per questo brilla fra i suoi compagni. Ma un giorno uno scolaro più grande di lui disegnò su carta di seta un fumatore, era un disegno bellissimo. Questo gli scatena un attacco d’ira e per trovare pace dentro di sé inizia a disegnare il ritratto del compositore Rubinstein copiandolo dalla rivista Niva e a tappezzare le pareti della sua camera da letto di fogli disegnati o dipinti col colore viola, fino al giorno in cui un suo compagno vedendoli gli disse che era un vero artista. 
Da questo momento in poi la sua strada é segnata. Vuole diventare un artista! Avvicina la madre che sta infornando il pane e prendendola per un gomito le dice: “mamma vorrei fare il pittore. È finita non posso fare più né il commesso, né il contabile”. La madre sbraita ma alla fine cede e lo porterà alla scuola di disegno del signor Pen, e il padre, contrariato, gli darà i cinque rubli per pagare il primo mese di scuola lanciandoli fuori dalla finestra dove Marc si precipita a raccoglierli: è il 1906. Dipingere è vivere e Chagall inizia a farlo in questo atelier, ma decide di colorare i suoi disegni col viola ignorando gli altri colori. Questo piacerà al pittore Yehuda Pen che lo terrà come allievo senza farsi più pagare. Un primo tiepido incoraggiamento mentre continua la sua crescita che cerca altri spazi ed orizzonti, nel 1907 si trasferisce a San Pietroburgo dove frequenta l’Accademia Russa di Belle Arti diretta da Nikolaj Konstantinovic Roerich, qui viene a contatto con le correnti artistiche emergenti russe. 
La vita va avanti fra arte e sacrifici, persino la prigione fino al giorno in cui incontrerà Bella Rosenfeld, una ragazza figlia di ricchi gioiellieri ebrei. La incontra a casa di Thea, una cara amica di entrambi, casualmente ed è subito travolto da lei. Ha paura. “Bruscamente sento che non é con Thea che devo stare ma con lei! Il suo silenzio è il mio. I suoi occhi i miei. È come mi conoscesse da sempre, come se sapesse tutto della mia infanzia, del mio presente, del mio avvenire, come se vegliasse su di me, mi capisse perfettamente, sebbene la veda per la prima volta. Sentii che era lei la mia donna......Sono entrato in una casa nuova e non ne sono più uscito”. Bella diventerà la moglie di Marc parecchi anni dopo, nel 1914, grande amore della sua vita, e avranno una figlia, Ida, nata nel 1916. Chagall è ritornato in Russia da Parigi per sposarsi con Bella mentre sta per scoppiare la rivoluzione russa che travolgerà la vita di tutti. Partecipa alla rivoluzione del 1917 e in breve si afferma come pittore tanto che viene nominato Commissario dell’Arte nella regione di Vitebsk. Ma la sua pittura infantile ed onirica si scontra con le correnti artistiche emergenti, in particolare il Suprematismo esaltato dal nuovo corso politico che vede in Malevich la sua punta di diamante. 
Nel 1923 in contrasto con il regime sovietico, deluso, incompreso, decide di trasferirsi con la famiglia a Parigi. In quella città conosce numerosi artisti dell’epoca e stringe amicizia con Apollinaire. 

Innamorati con mazzo di fiori, 1935-38
Nel 1937 ottiene la cittadinanza francese, ma durante la Seconda Guerra Mondiale è costretto, insieme alla famiglia, a lasciare la Francia a causa delle persecuzioni razziali e dopo un breve periodo trascorso in Spagna e in Portogallo, nel 1941 si trasferirà negli Stati Uniti. In Francia Chagall incoraggiò la moglie a scrivere la sua biografia: ”Come fiamma che brucia” e a raccontare della sua infanzia dorata. Bella si era laureata in letteratura alla Università di Mosca, benché fosse ebrea, grazie ad una medaglia d’oro che aveva meritato le fu permesso di frequentare l’università. Nella sua biografia parla della sua vita da bambina cresciuta in una famiglia benestante dei suoi fratelli e gli adorati genitori e successivamente della vita con Marc. Anche Bella scrive del primo incontro con Marc a casa di Thea: “Ha i capelli scompigliati. I suoi ricci ricadono giù, si arrotolano, si incollano alla fronte e nascondono occhi e sopracciglia. Ma quando gli occhi si aprono un varco sono blu, venuti dal cielo. Occhi stranieri, non come quelli di tutti, lunghi, a mandorla. Ogni occhio guarda dal proprio lato, barchette che si allontanano una dall’altra.... bocca spalancata, non so se intenda parlare o mordere con i suoi denti bianchi e taglienti. Tutto ridendo.. abbasso lo sguardo...nessuno dice una parola.... ognuno di noi sente battere il cuore dell’altro.” Inizia così un grande amore che durerà fino al 2 settembre 1944 quando Bella muore per una infezione virale. A questo dolore Marc non sa reagire e cade in una profonda depressione. 
Tornato in Francia, la figlia Ida gli presenta nel 1945 la trentenne canadese Virginia Haggard McNeil, che si innamorerà di lui e da cui avrà un figlio: David. Ma l’amore dura poco e Marc rimane di nuovo solo. Di nuovo la figlia Ida, gli presenterà Valentina Brodsky, ebrea Russa, detta “Vava”, Marc Chagall la sposerà nel 1952 a Rambouillet. Vava sarà la sua nuova musa e lo accompagnerà fino alla fine dei suoi giorni. In questi anni Chagall proverà altre espressioni artistiche col vetro, la ceramica e la tessitura di arazzi. 
Gli innamorati con l'asino blu, 1955
“Bisogna lavorare sul quadro pensando che qualcosa della propria anima entrerà a farne parte e gli darà sostanza.” E L’anima usa la poesia per manifestarsi. Chagall da giovane scriveva versi che leggeva ai suoi amici ed erano talmente belli che superavano quelli scritti da tutti gli altri. 
Un poeta. Un poeta pittore e un pittore poeta. Quando Chagall decise di scrivere la sua biografia in yiddish decise di aiutarci ad entrare nel suo mondo poetico. Ne ho avuto la percezione e mi ha aperto gli occhi alla lettura della sua pittura. La lingua yiddish ha una origine ebraica e come tale si scrive da destra verso sinistra. Osservando tutti i quadri che Chagall ha dipinto ho notato che la narrazione va da destra in alto a sinistra per richiudersi poi al centro del quadro dove pone il centro focale. Se si fa lo stesso percorso al contrario, da sinistra a destra e poi centro, la pittura si sgretola e cade a terra. Non ha più un senso. Dipingere il quadro come fosse un poema yiddish, quindi ci da il punto di partenza per iniziare a leggere, perché il quadro è poesia che va letta come dicevo da destra a sinistra. La scelta è vincente intuitivo capirne ed assaporarne il racconto, sia che si tratti di un brano delle Sacre Scritture o semplicemente il giorno del compleanno e del matrimonio. Particolarmente evocativa è la descrizione della sposa che Bella fa nel suo libro e che Chagall dipinge identico nel quadro così come del compleanno. “La sposa è sopratutto un abito bianco e lungo che scivola via come la vita sulla terra... Dietro lo strascico diafano trasparente come un vetro. Attraverso questa trasparenza lei sembra lontana lontana”. 
Gli sposini e l'Angelo, 1981
Così Chagall dipinge le sue spose che pulsano dentro la staticità del disegno e diventano un tutt’uno col racconto che il resto del quadro va sciorinando. Quindi leggere la storia dipinta ed emozionarsi è un atto poetico. La poesia e il disegno insieme sulla stessa tela. Il quadro si anima di sentimento e di emozione, simboli e colori uniti insieme. La pittura diventa magica e finemente comprensibile al cuore e come non farlo leggendo le parole dipinte del compleanno...
Scrive Bella: “quel giorno, al mattino, ero corsa fuori città a cogliere un gran mazzo di fiori....e una volta a casa radunai tutti i miei scialli colorati...con indosso il vestito della festa mi incamminai verso casa sua....”Cos’è? “ mi fai entrare in fretta e spalanchi gli occhi....oggi è il tuo compleanno!....appendo i miei scialli multicolori al muro, tu frughi fra le tue tele e la sistemi sul cavalletto....” non muoverti, resta dove sei..” Ho ancora i fiori in mano. Non riesco a stare ferma. Vorrei metterli nell’acqua. Appassiranno. Ma subito me li dimentico. Ti sei gettato sulla tela che vibra sotto la tua mano. Intingi i pennelli. Il rosso, il blu, il bianco, il nero schizzano. Mi trascini nei fiotti di colore. Di colpo mi stacchi da terra, mentre tu prendi lo slancio con un piede, come se ti sentissi troppo stretto in questa piccola stanza. Ti alzi, ti stiri, al soffitto svolazzi. La tua testa si rovescia all’indietro e fai girare la mia......mi sfiori l’orecchio e mormori…..”.

© Imelde Corelli Grappadelli, February 2020
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