GIOIELLO IDEALE

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2022/05/04

Giubileo di platino: la Regina Elisabetta e 900 anni di storia della gioielleria. La Corona Imperiale di Stato

Corona Imperiale di Stato

I gioielli che compongono il tesoro della corona britannica sono 140 su cui sono incastonate 23.578 pietre preziose per un valore stimato in circa 3 miliardi di sterline. La collezione di gioielli reali che non è assicurabile per il valore troppo elevato è conservata all’interno della Jewel House nella Torre di Londra; si racconta che durante la seconda guerra mondiale, a causa dei bombardamenti si preferì metterli al sicuro in un luogo nascosto nel castello di Windsor e per non dettare sospetti furono portati fuori dalla torre nascosti in una scatola di biscotti. 
Era in visita ufficiale in Kenia il 6 febbraio 1952, quando il padre re Giorgio VI, affetto da un tumore ai polmoni, morì a seguito di ischemia; proclamata Regina, fu incoronata il 2 giugno 1953 nella Abbazia di Westminster quando l’arcivescovo le pose sul capo la corona di San Edward, simbolo della Corona Inglese e della autorità reale sul Commonwealth, la stessa che appare sullo stemma della Regina. 

Corona di Sant Edward


Stemma della Regina Elisabetta II














Questo è il più importante e famoso tra i gioielli della corona inglese, in oro massiccio pesa 2.400 gr, decorato da 444 pietre preziose e semi-preziose, realizzato nel 1661 per l’incoronazione di Carlo II, perché la precedente corona medievale era stata distrutta durante la guerra civile dai parlamentari di Oliver Cromwell nel 1649.
Dopo la cerimonia dell’incoronazione la regina Elisabetta per uscire in corteo dalla Abbazia di Westminster tolse la corona di S. Edward e indossò la Corona Imperiale di Stato, la stessa che indossa ogni anno all’apertura del parlamento inglese. 


Negli ultimi anni proprio a causa del peso, la regina ha preferito indossare un cappello molto elegante in seta, mentre la corona non indossata veniva portata da un valletto adagiata su di un cuscino e deposta su un panchetto vicino al trono.
 Questa corona fu realizzata dai gioiellieri londinesi Garrard per re Giorgio VI nel 1937 sul modello di quella che aveva indossato la regina Vittoria nel 1838. Il peso è di 1.060 gr, decorata da 2.868 diamanti, 17 zaffiri, 11 smeraldi, 269 perle, il diamante Cullinan II, lo zaffiro Stuart, lo zaffiro di S. Edoardo, il rubino del principe Nero. Per tradizione la corona può essere toccata solo da tre persone, il gioielliere per le riparazioni, la regina per indossarla ed il valletto per riporla.

Rubino del Principe Nero

Le ineguagliabili pietre che la impreziosiscono sono straordinarie come il Rubino del Principe Nero. Il rubino è una pietra preziosa, conosciuto nella antica letteratura indiana col nome di “corundum” dal Sanscrito “kuruvinda” “re delle gemme”. Nei testi puranici, testi sacri hindū, si legge che il dio-sole Surya rubò il sangue di Bala, un demone che aveva grandi poteri, e fuggì vagando per i cieli. Il re dello Sri Lanka, Ravana, decise però di far cessare il volo del dio, geloso della sua magnificenza, ma il dio sole Surya spaventato, lasciò cadere il sangue del demone che si depositò sul fondo di un lago nella regione di Bhararta. In poco tempo le rive del lago si riempirono di splendide pietre preziose color rosso sangue, luminose e potenti come il dio-sole Surya. In Birmania invece si racconta così l’origine delle miniere di Rubini di Mogok: seimila anni fa un serpente depose tre uova: da una nacque il re della Cina, da un’altra il re di Bagan, antica capitale birmana, e dall’ultima le miniere di Mogok. Mogok detta anche Ruby Land è l’area mineraria più famosa dell’Asia, situata in Myanmar, nella regione di Burma, al confine con la Cina. Il gigantesco rubino incastonato nella corona imperiale che viene chiamato “il rubino del principe Nero” pesa 170 carati, pari a circa 34 g, ha una lunghezza di circa 5 cm ed una forma irregolare, non è sfaccettata solo lucidata. Questo rubino appartenne al principe gallese Edoardo di Woodstock detto il Principe Nero per il colore della sua armatura. La storia di questa pietra inizia in Spagna: nel 1362 Pietro I “il crudele” invitò con una scusa il sultano di Granada Abu Said “Muhammad VI” a Siviglia per trattare affari per poi farlo assassinare. Nelle tasche del Sultano fu trovato questo  splendido rubino che entrò a fare parte dei gioielli della corona Castigliana. Pochi anni dopo, nel 1366, Pietro I dichiarò guerra al fratellastro Enrico l'Aragonese, e per riuscire nella difficile impresa chiese aiuto al Principe Nero, che lo portò alla vittoria ma in cambio pretese ed ottenne, oltre al denaro pattuito, il Rubino di Muhammad VI. Subito in Inghilterra si sparse la voce che questo rubino proteggesse dai colpi mortali e conducesse alla vittoria. infatti Enrico V lo incastonò nell'elmo che indossò il 25 ottobre del 1415, nella battaglia di Angicourt, nella Guerra dei Cent’anni, fu colpito alla testa dall'ascia del Duca francese Giovanni I di Alençon, non morì e vinse la battaglia. Purtroppo non andò così bene a RiccardoIII, ultimo re Plantageneto, aveva il rubino incastonato nel suo elmo, ma morì a Bosworth Field nella battaglia cruciale della Guerra delle due rose e con lui finì la dinastia dei Plantageneti ed iniziò la dinastia Tudor. Giacomo I, figlio di Maria Stuarda, riunì le tre corone, inglese, scozzese ed irlandese e fece incastonare il rubino nella Corona reale inglese dove rimase fino al 1648 quando Oliver Cromwell fece fondere la corona e vendere la pietra. Nel 1661, con la Restaurazione di Carlo II, il rubino fu riacquistato e tornò a far parte dei gioielli della corona inglese. Nel 1851 una perizia gemmologica dimostrò che il rubino del Principe Nero è in realtà uno Spinello o Balasso probabilmente  trovato nelle miniere del Badakshan in Afganistan. Il rubino e lo spinello sono due pietre assolutamente simili e confondibili sia per il colore che per la brillantezza, il rubino è un ossido di alluminio mentre lo spinello è un ossido di alluminio e magnesio, però il rubino presenta un forte dicroismo all’esame con il dicroscopio che lo certifica. 

Diamante Cullinan II

Ad oggi,nonostante ciò, ha conservato il suo nome leggendario di "il Rubino del Principe Nero”; e il re Giorgio VI lo volle incastonato nella corona imperiale sovrapposto al preziosissimo Diamante Cullinan II di 317 carati, una pietra preziosa nuova nel tesoro della Corona. Anche la storia di questo diamante è affascinante .

Diamante Cullinan grezzo

“Il 26 gennaio 1905, al tramonto, nella miniera Premier a Pretoria”, così inizia il racconto di Frederick Wells responsabile di superficie della miniera: "Pensavo fosse un vetro quell'oggetto che rifletteva i raggi del sole al tramonto sulle pareti della miniera….,  invece era un diamante, un diamante di enorme grandezza del peso di 620 grammi pari a 3.106 carati..... L’impiegato della miniera responsabile del controllo del grezzo lo aveva in mano e lo lanciò fuori dalla finestra del suo hangar dicendo che non era un diamante! Corsi a riprenderlo e il direttore della miniera “Premier Diamond Mining Company” Sir Thomas Cullinan, lo esaminò e lo riconobbe come diamante di straordinaria bellezza dandogli il suo nome: “Cullinan”. In questo modo così rocambolesco questa magnifica pietra entrò nel novero delle pietre più importanti del mondo, è un cristallo incolore con pochissime inclusioni, presenta una forma anomala perché una faccia è liscia come se si fosse sfaldata lungo il piano di clivaggio, facendo supporre che ne mancasse una parte. La bellezza, la purezza, il colore, il peso ne definirono subito la preziosità. Subito sorse il problema della sua sicurezza e su come trasportarlo fino a Città del Capo. Decisero di nasconderlo dentro la cappelliera della moglie di un impiegato delle poste. La pietra arrivò felicemente a destinazione, ma ora bisognava spedirlo in l'Inghilterra e anche per questo viaggio si ricorse ad uno stratagemma. Si assicurò un pezzo di vetro della forma del Cullinan per la cifra i 1.250.000 sterline e lo si fece viaggiare chiuso e guardato a vista nella cassaforte del comandante di un battello postale, mentre il vero Cullinan fu spedito con un pacco di posta ordinaria. Entrambi giunsero a Londra dove il diamante prima di essere chiuso in un caveau fu mostrato a re Edoardo VII, con la speranza che il re lo comprasse. Per circa due anni non si trovò un acquirente, la pietra era troppo costosa. Poi un colpo di scena: Louis Botha primo ministro del Transvaal la comprò per farne dono al re d'Inghilterra Edoardo VII in occasione del suo 66° compleanno come ringraziamento per aver loro concesso l'Autogoverno. Botha incontrò una fortissima opposizione fra i suoi connazionali, che non volevano impegnarsi in una spesa così grande quando avevamo problemi tremendi di bilancio e miseria, ma alla fine la pietra fu acquistata per la cifra di 150.000 sterline e a Frederick Wells, che l'aveva trovata, furono date 3.500 sterline come ricompensa per la sua onestà. A questo punto il re decise di fare tagliare l'enorme diamante ricevuto in dono dalla famosa taglieria “I. J. Asscher " di Amsterdam e il 10 febbraio 1908 alle ore 14'45 iniziarono i lavori. 

Taglieria I.J. Asscher

Gli olandesi dopo lunghissimi studi e simulazioni avevano deciso di tagliare la pietra lungo il suo piano di sfaldatura poiché si temeva che utilizzando il sistema tradizionale della ruota diamantata in una pietra di così grandi dimensioni il calore generato dallo sfregamento potesse far piegare il disco della sega e quindi modificare la linea di taglio prevista. Un grande azzardo ma questa era la strada da percorrere. Dopo avere fissato il diamante con la pece al tavolo intaccarono la superficie della pietra con una scanalatura a forma di V su cui appoggiarono una lama di acciaio che fu percossa da un pesante martello. Il primo colpo spaccò la lamina di acciaio mentre il diamante rimase integro, al secondo colpo con un secco Tac il diamante si aprì in due parti: 1.977,50 carati l'una e 1.040 carati l'altra. Si dice, ma non è documentato, che a questo punto Joshep Asscher  che aveva sferrato il colpo di martello, cadesse a terra svenuto, ma la famiglia smentisce. Dal taglio si ricavarono nove pietre di grandi dimensioni  e 96 più piccole. Con il taglio si perse circa il 65%del peso, dagli iniziali 3.106 carati il peso complessivo delle pietre tagliate si è ridotto a 1.063 carati. Le due pietre più grandi furono incastonate nei gioielli della Corona Inglese.  il Cullinan I  del peso di 530,20 carati, a forma di pera, detto "The Great Star Of AfricaI" è nello scettro reale, e il Cullinan II,”The Great Star Of Africa II” tagliato a cuscino, del peso di 317,40 carati, è incastonato in platino nella Corona Imperiale. 

Le nove pietre tagliate dal Cullinan

Le altre 7 pietre rimasero ai tagliatori come pagamento del loro lavoro, tuttavia il re acquistò il Cullinan VI, taglio a marquise del peso di 11,5 carati, per donarlo alla regina Alessandra, mentre le altre  sei furono acquistate dal governo del Transvaal e di nuovo nel 1910 il ministro Botha convinse il Governo a regalarle alla regina Maria moglie di Giorgio V, succeduto ad Edoardo VII,  così a Palazzo Reale  arrivarono il Cullinan III, taglio a goccia del peso di 94,4 carati; il Cullinan IV, taglio a cuscino del peso di 63,6 carati; il Cullinan V, taglio a pera 18,8 carati; il Cullinan VI, taglio marquise di 11,5 carati; il Cullinan VII, taglio a marquise di 8,80 carati; il Cullinan VIII, taglio a cuscino di 6,80 carati; il Cullinan IX, taglio a pera di 4,39 carati montato in un anello. Oggi il valore stimato per il Cullinan I è di quattrocento milioni di dollari, mentre per il Cullinan II la stima è pari a duecento milioni di dollari. Sul retro della corona imperiale in opposizione al rubino del principe Nero è incastonato lo zaffiro Stuart. 

Zaffiro Stuart

Zaffiro dal sanscrito significa”blu”, mentre in ebraico”la cosa più bella”. La leggenda persiana dice che la terra si appoggiava a un grande zaffiro il cui riflesso si stagliava nel cielo, mentre per i greci, Zeus aveva incatenato Prometeo ad una roccia per avere rubato il fuoco degli dei, ma Ercole lo salvò e un anello della catena rimase attaccato al suo dito e con lui un pezzo di roccia, uno zaffiro. Per gli egiziani era la pietra che muoveva gli astri, mentre per i Parsa indiani era la pietra della veggenza e della verità. Salomone aveva un anello magico con uno zaffiro e viaggiava senza corpo in altre dimensioni, Abramo ne portava uno al collo per proteggersi dalle malattie. Lo zaffiro Stuart pesa 104 carati è di forma ovale, di 2,54 cm di lunghezza ha un foro pervio nel senso longitudinale  per poterlo imperniare come ciondolo. Il suo bel colore blu è molto trasparente ed omogeneo. Questo zaffiro  era incastonato nella corona di Alessandro II quando fu incoronato re nel 1214, ma Edoardo I  Plantageneto detto "Longshanks" nel 1296 dopo avere sconfitto gli Scozzesi lo portò in Inghilterra assieme alla preziosissima “Pietra di  Scone” conosciuta come il “Cuscino di Giacobbe” (Genesi : capitolo28 ver. 10-22). 

Pietra di Scone

La “Pietra di Scone” detta anche pietra dell’Incoronazione era inserita nella seduta del trono (coronation chair) su cui si sedevano i re nel momento dell’incoronazione, ha la forma di un parallelepipedo rettangolare ed è di arenaria rossa. Fu usata dai re scozzesi da Kenneth I a Carlo II, poi da quelli inglesi fino alla Regina Elisabetta II. Nel 1996 la regina Elisabetta II l'ha restituita, come gesto di amicizia e di distensione politica, alla Scozia ed è attualmente custodita nel castello d'Edimburgo con i gioielli della corona Scozzese, col patto di riaverla, in prestito temporaneo, alla prossima cerimonia di incoronazione all’Abbazia di Westminster.  Lo zaffiro Stuart ha una storia affascinante e complessa. S’ignora da quale miniera provenga, nel 1214 è in Scozia, poi fu portato in Inghilterra da Edoardo I nel 1296, successivamente fu restituito alla Scozia da Edoardo III che  lo donò a suo genero David II di Scozia che a sua volta lo regalò alla sorella Marjorie Bruce moglie di Walter Steward e madre di Roberto II il primo re scozzese della dinastia Stuart da cui prende il nome: Zaffiro Stuart.   

Corona della Regina Vittoria

Successivamente lo zaffiro ricompare nelle proprietà di Edoardo IV che lo fece incastonare nella Corona di Stato, poi con la guerra civile del 1648 se ne perdono le tracce. Carlo II il Restauratore lo ritrova e probabilmente nel 1688 segue Giacomo II nel suo esilio in Francia. Rimase nella disponibilità della famiglia Stuart fino al Cardinale di York, l'ultimo della dinastia che morì nel 1807. A questo punto lo zaffiro tornò al principe Reggente poi re Giorgio IV che lo consegnò al Tesoro della Corona . C’è un altro zaffiro nella corona Imperiale di Stato ed è lo zaffiro di San Edoardo incastonato al centro della croce posta sopra il globo all’incontro dei quattro archetti. 

Zaffiro di San Edoardo

La storia di questa pietra è veramente suggestiva: Edoardo figlio di Etelredo II "L'Impreparato" e di Anna di Normandia fu incoronato re d’Inghilterra  il 3 di aprile del 1043. Aveva vissuto gran parte della sua vita in Normandia dove la sua famiglia si era rifugiata a causa delle continue incursioni Vichinghe. Rientrato in Inghilterra all’età di 40 anni fu incoronato Re e la Storia inglese lo ricorda come un Sant'uomo, un taumaturgo: molti i miracoli che compiva solo toccando le persone. Fu sepolto nell’Abbazia di Westminster e canonizzato nel 1161 da Papa Alessandro III. Viene chiamato Re Edoardo il Confessore perché per ben quattro volte il suo corpo fu traslato e ritrovato sempre integro: questo si considerò un miracolo. La Regina Vittoria nel 1838 fece realizzare la Corona Imperiale di Stato e volle che nel centro della croce posta in sommità della Corona fosse incastonato lo Zaffiro di San Edoardo il Confessore. Questo splendido zaffiro era incastonato originariamente nell'anello che fu donato nel 1043 ad Edoardo nel momento della sua incoronazione quale simbolo del "matrimonio" tra il re e il suo popolo. A quest’anello è legata la leggenda di San Giovanni Evangelista. Si racconta che re Edoardo incontrasse un mendicante vicino all’Abbazia di Westminster e non avendo monete con se gli regalò il suo anello regale. Il mendicante lo ringraziò e si allontanò. Anni dopo due pellegrini di ritorno dalla Terrasanta si recarono dal re Edoardo dicendogli di avere incontrato a Gerusalemme San Giovanni l'Evangelista che gli aveva consegnato l'anello da restituire al re e di dirgli che passati sei mesi si sarebbero incontrati di nuovo in Paradiso. Così fu. Questo preziosissimo anello fu conservato gelosamente nel tesoro della Corona, fino al 1648 quando fu venduto da Oliver Cromwell. Fortunatamente Carlo II "il Restauratore", nel 1661, ritrovò lo zaffiro, lo fece ritagliare e lo conservò nuovamente tra i gioielli della Corona. Noi oggi lo possiamo ammirare, in tutta la sua straordinaria bellezza, quando la regina Elisabetta II all’apertura annuale del Parlamento indossa la Corona Imperiale di Stato. 

Perle nella Corona Imperiale di Stato

Ma lo splendore di questa corona riserva ancora un altra sorpresa: alla sommità della corona imperiale inglese sotto il Globo Terrarum nel punto in cui convergono i quattro archetti, sono sospese quattro perle, due delle quali appartenute alla Regina Elisabetta I, figlia di Enrico VIII e di Anna Bolena, sorellastra di Maria la Sanguinaria da cui ereditò il regno, e cugina di Maria Stuarda che fece tristemente giustiziare. Elisabetta I fu una grandissima collezionista di perle, vere e false, e da Giacomo I Stuart acquistò quelle appartenute a sua madre Maria Stuarda. Maria Stuarda aveva ricevuto come dono per le sue nozze con Francesco II 7 magnifiche perle dalla suocera Caterina de Medici, perle che a sua volta la regina aveva avuto in dono dallo zio papa Clemente VII in occasione delle sue nozze con il re Enrico II di Francia. Concludendo la corona imperiale di Stato non è solo preziosissima per il valore delle straordinarie pietre che la decorano, ma anche per la storia legata a queste pietre che attraversano nove secoli partendo dal 1043 per arrivare al 1937! La passione per le perle caratterizza la regina Elisabetta I. Numerosissimi ritratti la rappresentano con migliaia di perle ricamate sulle vesti ed indossate sulla fronte, sul collo, ai polsi, alle orecchie racchiuse in stupefacenti gioielli e complesse collane. La Sua enorme collezione di gioielli è documentata da due inventari del 1600: "lo Stowe", conservato alla British Library a Londra e "il Folger ", conservato alla Folger Library di Washington. 

© Imelde Corelli Grappadelli, Maj 2022

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2022/04/08

CASA SAVOIA E I GIOIELLI DELLA CORONA

1032: il regno di Borgogna che comprendeva un ampio territorio tra Francia, Italia e Svizzera  si frammentò dando vita alle tre regioni della Borgogna, della Provenza e della Savoia, e il conte Umberto I Biancamano, “signore dei valichi”, unì la sua contea nella Moriana, che è la valle formata dal fiume Arc, con la Savoia strategica per i suoi passi alpini.  Amedeo I Biancamano, detto Coda, figlio di Umberto I nel 1051 aggregò nuovi territori verso nord-ovest con la contea di Belley, e ad est con Aosta. Oddone figlio di Umberto I e fratello di Amedeo la Coda, aggiunse la Grande Marca d’Italia con capitale Torino grazie al suo matrimonio con Adelaide Manfredi figlia di Olderico Manfredi II che portò in dote non solo la grande Marca d’Italia con capitale Torino, un feudo vastissimo che andava dalle Alpi al mar ligure, ma anche i territori acquisiti dai precedenti matrimoni cioè parte della Svevia e il Monferrato.


Adelaide  conosciuta  come Adelaide di Torino (Torino, 1016 – Canischio, 19 dicembre 1091), fu Margravia di Torino dal 1034 al 1091, Duchessa consorte di Svevia, dal 1037 al 1038, Marchesa consorte del Monferrato, dal 1042 al 1045, Contessa consorte di Moriana, dal 1046 al 1057 ed infine Contessa reggente di Moriana, dal 1057 al 1091.

Questi titoli corrispondono alle fasi della sua lunghissima vita. Si sposò tre volte, nel 1037 in prime nozze con Ermanno duca di Svevia (1014 – 1038), figlio di Gisella di Svevia e figliastro dell'imperatore Corrado II il Salico, terzo marito di Gisella,  da cui ebbe quattro figli, nel 1042 sposò in seconde nozze il marchese del Monferrato, Enrico figlio di Guglielmo III, che morì nel 1045 due anni dopo il matrimonio.

Rimasta vedova per la seconda volta, Adelaide, nel 1046 sposò Oddone Conte di Moriana da cui ebbe cinque figli, che morì dopo dieci anni di matrimonio. Adelaide fu tutrice  per i figli ancora bambini Pietro e Amedeo e poi per il nipote, Umberto II. 

Anche le due figlie Berta ed Adelaide sposarono personaggi di primissimo piano: Berta  (1051-1087) a quattordici anni il re Enrico IV, poi Imperatore del Sacro Romano Impero, a cui era stata promessa in sposa già all'età di tre anni, e Adelaide (1052-1079) Rodolfo di Svevia  eletto nel 1077 dai principi tedeschi Re dei romani in opposizione ad Enrico IV.

Adelaide, abile politica, era presente a Canossa dalla cugina Matilde  nel 1077, quando suo genero Enrico IV, scomunicato, chiese ed ottenne il perdono del Papa dopo aver atteso tre giorni in ginocchio, sulla neve. Lo stesso Enrico IV a cui Adelaide minacciò di chiudere il valico del Moncenisio al passaggio delle sue truppe, se avesse ripudiato la figlia Berta.  Purtroppo il nipote Umberto II, il Rinforzato, (1065 /1103) sopraffatto dai marchesi di Saluzzo e del Monferrato, nemici giurati dei Moriana, perse territori in Piemonte e nella riviera ligure. Invece ebbe miglior fortuna Tommaso I (1178/1189-1233), Signore dei Valichi, e Conte di Moriana che fu nominato vicario imperiale da Federico II e diede inizio alla dinastia cambiando il nome Moriana con Savoia  e incrementò il suo territorio incamerando  il Vaud, regione a sud-ovest della Svizzera occidentale compresa tra il Giura, le Alpi Bernesi e il Lago di Ginevra. Tommaso I sarà nonno di ben 4 regine, rispettivamente mogli di Luigi IX di Francia, di Riccardo di Cornovaglia, di Carlo d’Angiò, re di Napoli e di Enrico III Plantageneto.   


Abbazia di Altacomba
Infine Amedeo III (1095/1148) fratello di Tommaso I che legò il suo nome alla abbazia benedettina di Altacomba, sulle rive del lago Bourget, dove fece  costruire il Mausoleo di famiglia: qui negli anni saranno sepolti  trecento Savoia, fino al millesettecento quando la basilica di Superga a Torino divenne il nuovo mausoleo Savoia. Altacomba  dista circa 80 km. da Ginevra a cui oggi è collegata dalla “strada dei Duchi “ cosiddetta per i numerosi castelli edificati dai Savoia. In questa abbazia, come a chiudere un cerchio, sono sepolti  il re Umberto II e la regina Maria Josè, nella “Cappella dei principi” nella cripta di fronte alla tomba di Carlo Felice. Umberto II il re d’Italia esiliato non poteva essere sepolto sul suolo italiano per cui lo troviamo qui accanto ai progenitori della sua dinastia. Umberto II si trovava in Portogallo quando venne esiliato e il re replicò così: «La mia partenza dall'Italia doveva essere una lontananza di qualche tempo in attesa che le passioni si placassero.
Amedeo III

Poi pensavo di poter tornare per dare anch'io, umilmente e senza avallare turbamenti dell'ordine pubblico, il mio apporto all'opera di pacificazione e di ricostruzione
». «Mai si parlò di esilio, da parte di nessuno. Né mai, io almeno, ci avevo pensato».

Umberto II non abdicò e non rinunciò mai ai suoi diritti e continuò sempre a considerarsi un sovrano. Re UmbertoII di Savoia, esiliato dopo 34 giorni di regno non poteva mettere mai più piede sul suolo italiano. Ma perché il re si era allontanato dall’Italia così repentinamente? In quei giorni la situazione politica era precipitata e il re aveva preso la decisione di abbandonare temporaneamente l’Italia dove le crescenti proteste dei monarchici facevano pensare al peggio. Si temevano brogli elettorali avvenuti durante le operazioni di voto per il Referendum e per questo si protestava, come a Napoli in via Medina, dove i monarchici si scontrarono: nove  manifestanti persero la vita e centocinquanta rimasero feriti. Lo stesso 12 giugno a Roma una manifestazione monarchica era stata dispersa con la forza, nonostante le richieste di re UmbertoII di non spargere altro sangue innocente. 

Il 13 giugno alla mattina Il Consiglio dei Ministri stabilì che, a seguito della proclamazione dei risultati provvisori del 10 giugno, si era creato un regime transitorio e le funzioni di capo provvisorio dello Stato passavano ''ope legis'' e con effetto immediato al Presidente del Consiglio dei Ministri, in esecuzione dell'art. 2 del decreto legislativo luogotenenziale del 16 marzo 1946, n. 98.  Di seguito Epicarmo Corbino, ministro del tesoro nel primo gabinetto guidato da Alcide De Gasperi dal 10 dicembre 1945 al 14 luglio 1946, chiese a De Gasperi se si rendesse conto della responsabilità che si assumeva, dal momento che l'indomani sarebbe potuto apparire come un usurpatore del trono.

 I monarchici sostenevano che il governo non diede tempo alla suprema corte di ricontrollare le schede elettorali e portare alla luce eventuali brogli e per questo protestavano.

Lo stesso 13 giugno Umberto reagì diramando un polemico proclama, nel quale parlava di "gesto rivoluzionario" compiuto dal governo.


«Di fronte alla comunicazione di dati provvisori e parziali fatta dalla Corte suprema; di fronte alla sua riserva di pronunciare entro il 18 giugno il giudizio sui reclami e di far conoscere il numero dei votanti e dei voti nulli; di fronte alla questione sollevata e non risolta sul modo di calcolare la maggioranza, io, ancora ieri, ho ripetuto che era mio diritto e dovere di re attendere che la Corte di cassazione facesse conoscere se la forma istituzionale repubblicana avesse raggiunto la maggioranza voluta. Improvvisamente questa notte, in spregio alle leggi e al potere indipendente e sovrano della magistratura, il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo, con atto unilaterale e arbitrario, poteri che non gli spettano, e mi ha posto nell'alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza».


Re Umberto II, informato dal generale Maurice Stanley Lush che gli angloamericani non lo  avrebbero protetto da una eventuale attacco da parte dei fanatici repubblicani, né tantomeno da un eventuale attacco al palazzo del Quirinale decise di lasciare l’Italia per evitare una possibile guerra civile. Umberto era diventato re il 9 maggio 1946, senza una cerimonia di apparato ma con un passaggio di consegne, infatti lo Statuto Albertino prevedeva che alla abdicazione del sovrano seguisse nella successione come re il Principe ereditario. Il 9 maggio 1946 il re Vittorio Emanuele III a Napoli abdicò in favore del figlio Umberto e la sera stessa si imbarcò sull'incrociatore Duca degli Abruzzi e col titolo di conte di Pollenzo in esilio volontario si trasferì in Egitto con la regina Elena .


Il re Vittorio Emanuele III morì in esilio ad Alessandria d'Egitto, il 28 dicembre 1947, tre giorni prima dell’entrata in vigore della Costituzione Repubblicana con la quale  il 1 di gennaio 1948 lo stato italiano decise la confisca del patrimonio dei Savoia  che riguardò solo il ramo maschile, cioè re UmbertoII,  mentre i quattro quinti rimasero alle eredi femmine Jolanda, Mafalda, Giovanna, Maria Francesca. Jolanda era sposata a Guido Calvi di Bergolo, Mafalda, morta ad Aushwizt, moglie di Filippo d’Assia Kassel, Giovanna sposa di Boris zar di Bulgaria, Maria Francesca moglie di Luigi Borbone Parma.


Tre anni fa, Il 15 e il 17 dicembre del 2019, nel santuario di Vicoforte in Piemonte furono traslati i corpi del re Vittorio Emanuele III da Alessandria d’Egitto e della regina Elena da Montpellier. Questo è stato possibile proprio  perché Vittorio Emanuele III morì tre giorni prima che entrasse in vigore la Costituzione (1° gennaio 1948) e, quindi, da cittadino di pieno diritto, inclusi gli onori dovuti a tutti i militari, ora riposa in terra italiana.

Il re Umberto II prima di imbarcarsi sull’aereo che lo avrebbe portato in Portogallo mise in salvo i gioielli della corona facendoli  depositare alla Banca di Italia dal ministro della Real Casa avvocato Falcone Lucifero.


I gioielli della corona conobbero momenti drammatici durante gli ultimi anni della guerra: era la sera del 6 settembre 1943 quando re Vittorio Emanuele III convocò a villa Savoia il direttore capo della Ragioneria del Ministero Di Casa Reale Livio Annesi e il direttore generale del Ministero della Casa Reale conte Vitale Cao di S.Marco perché mettessero al sicuro i gioielli della Corona che erano custoditi nella cassaforte n.3 del Palazzo del Quirinale: era lì che la Regina quando doveva indossarli faceva formale richiesta e alla loro restituzione firmava la ricevuta di avvenuta sostituzione. Gli incaricati decisero di portare il tesoro alla Banca di Italia, avvolsero l’astuccio di pelle in un foglio di carta anonima e lo depositarono nel caveau della banca. Di seguito Livio Annesi e Vitale Cao di S. Marco si recarono al Banco di Roma dove aprirono una cassetta di sicurezza che lasciarono naturalmente vuota, questo per depistare il luogo del reale deposito. Pochi giorni dopo la situazione politica italiana precipitò, a Napoli i tedeschi, gettata a ferro e fuoco la città , razziarono il contenuto delle cassette di sicurezza di Banche ed Istituti di credito devastandoli. Era necessario togliere i gioielli dal deposito della Banca d’Italia al più presto e nasconderli in altro luogo sicuro, e l’operazione era molto rischiosa. Il 23 settembre al mattino si incaricò il Comandante dei Corazzieri Ernesto De Sanctis di recarsi alla Banca di Italia a ritirare i gioielli quando la stessa banca era già controllata dai paracadutisti tedeschi. De Sanctis, accompagnato da un suo ufficiale di ordinanza, entrò con passo sicuro dicendo di essere atteso dal direttore della Banca d'Italia Luigi Einaudi, con abilità gli fu affidato il tesoro che speditamente riportò al Quirinale consegnandolo nuovamente a Livio Annesi e Vitale di S. Marco. A questo punto  pensarono di nasconderlo sottoterra usufruendo di un cunicolo scavato nel XVI secolo sotto la "Manica Lunga” che collegava il Quirinale con Palazzo Barberini verso la chiesa di S. Andrea. Con l’aiuto del muratore Fidani scavarono una nicchia nel muro del cunicolo e lo nascosero al suo interno ricoprendolo con grosse pietre trovate lì vicino. Potete immaginare l’emozione quando pochi giorni dopo un ufficiale tedesco accompagnato da due sottufficiali chiese di incontrare Livio Annesi e mostrando un ordine scritto pretese il tesoro della Corona Savoia per il Führer. Livio Annesi rispose rammaricato che il tesoro non c'era più e che il re lasciando la capitale lo aveva portato con sè, ma l'ufficiale tedesco volle ispezionare ugualmente la cassaforte del Quirinale n.3 che naturalmente trovò vuota.

Il 6 giugno 1944 al rientro di Umberto di Savoia come luogotenente del Regno venne riportato alla luce il tesoro e rimesso al suo posto nella cassaforte n.3. al Quirinale. 


Il 5 giugno 1946 Umberto II di Savoia, ordinò al Ministro della Real Casa Falcone  Lucifero, di consegnare i Gioielli della Corona Savoia nelle mani del Governatore della Banca d'Italia Luigi Einaudi perché li conservasse nel caveau della Banca d'Italia a disposizione di chi di diritto. Il Governatore replicò "questi gioielli erano i suoi, nessuno gli avrebbe chiesto nulla se egli avesse continuato a tenerli". Il 13 giugno dall'aeroporto di Ciampino l'ultimo re di Italia volò verso il Portogallo dove raggiunse la famiglia che lo aveva preceduto. 


Re Umberto II

I Gioielli della Corona ad oggi, sono custoditi nel caveau della Banca d’Italia dove furono riposti nel 1946, conservati all'interno di un astuccio di pelle a tre vassoi, che misura cm. 39x31x20, con chiusura a chiave, incartato in un foglio di carta catramata e sigillato con 11 sigilli: 5 sigilli del Ministero della Real Casa, 3 della Banca di Italia di Roma, 3 della Banca di Italia -Cassa Centrale - reparto controllo. Il deposito fu periziato dal Sig. Davide Ventrella, presidente della Federazione Nazionale Orafi d'Italia, il verbale riporta una dettagliata descrizione degli oggetti inventariati, dichiarati tutti gioie autentiche e di rilevante valore, ma non li stimò perché non richiesto. Dai verbali sappiamo che erano circa 6.298 diamanti di vario peso e taglio per un totale di 1.702 carati, un eccezionale diamante rosa dono del maresciallo Marmont, 64 perle rotonde e 11 perle a goccia. Il tesoro della corona Savoia nacque la notte del 29 luglio 1900, a Monza, dopo la morte tragica del re Umberto I assassinato per mano dell'anarchico Gaetano Bresci.  Quattro giorni più tardi la Regina Margherita, di suo pugno, sotto l'elenco dei gioielli scrisse questo biglietto d’accompagnamento: "I gioielli della Corona sono stati consegnati a sua Maestà Regina Elena, mia nuora, il giorno 2 agosto 1900, in Monza. Margherita". Questi gioielli saranno indossati dalla Regina Elena nelle occasioni ufficiali seguendo il rigido cerimoniale che prevedeva una richiesta formale scritta , un verbale ed emissione di ricevuta di avvenuta restituzione. La regina Maria Josè non ebbe mai modo di indossarli.

Falcone Lucifero nel suo diario scrisse: “Roma, 5 giugno, mercoledì, nel pomeriggio si depositano alla Banca d’Italia le gioie della Corona, che io vedo per la prima volta e che sono davvero meravigliose: valgono più di un miliardo!”


© Imelde Corelli Grappadelli, April 2022

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