GIOIELLO IDEALE

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2016/05/10

RECUPERATI GLI ORI DI VILLA GIULIA!



"Roma, 15 Aprile 2016” I gioielli della collezione "Castellani", trafugati da uomini incappucciati con ascia e fumogeni a Pasqua del 2013, sono stati recuperati. Il furto da quasi 3 milioni di euro era stato ordinato da una ricca russa. Il ministro Franceschini felice per il ritrovamento: "Grande giornata, ora i tesori tornano al museo."

Gli ori di Villa Giulia recuperati dai Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale
Gli orafi Castellani hanno consegnato una importante pagina alla storia dell'arte del gioiello italiano famoso nel mondo: possedere un gioiello Castellani era diventato uno status simbol: grande disponibilità economica, cultura e amore per i viaggi. Il capostipite della dinastia Fortunato Pio Castellani (1794/1865) creò gioielli usando le antiche tecniche di lavorazione dell'oro studiate sui reperti archeologici: nacque così lo stile del "gioiello archeologico", che ebbe fortuna a livello europeo e diventarono assieme al mosaico minuto romano oggetti da collezionare. Sono gli anni in cui il fervore per i ritrovamenti archeologici porta alla nascita di importanti collezioni come la collezione Campana ed alla grandissima affluenza di turisti inglesi e francesi in Italia per il "Grand Tour" che acquistavano questi gioielli. Il principe di Teano e duca di Sermoneta Michelangelo Caetani introdusse Fortunato Pio nella società nobile, colta e internazionale Romana, fu proprio seguendo il consiglio del duca Caetani che Fortunato Castellani iniziò a realizzare gioielli archeologici utilizzando antiche tecniche di lavorazione tramandate dagli orafi/contadini di Sant'Angelo in Vado che continuavano ad adoperare nella realizzazione di gioielli popolari la granulazione, lo sbalzo a pece nera, la filigrana, successivamente nel 1840 Fortunato fondò a Roma una scuola per tramandare ai giovani orefici le antiche tecniche di lavorazione. Amico del marchese Gianpietro Campana, cercò di evitare che la sua collezione di oreficeria venisse smembrata in una vendita all'asta e dispersa nei vari musei europei, così costituì col figlio Augusto una società per azioni per acquistarla, ma il tentativo fallì. In seguito fu incaricato di catalogare i gioielli della collezione Campana, gli stessi che noi oggi possiamo ammirare esposti nelle sale del Louvre. La vendita all'asta disperse opere di straordinaria bellezza ed importanza che erano state raccolte da Giovanni Pietro Campana, marchese di Cavelli, una delle più grandi collezioni di ori e sculture di antichità greca e romana. La dispersione avvenne per un rovescio finanziario del marchese, Fortunato Castellani decise allora che «parte degli utili superflui del suo lavoro fosse dedicata all'acquisto di cimeli antichi, specialmente di oreficeria, per rimpiazzare nella nostra Roma quelli che il papa nel 1860 aveva venduto alla Francia». I figli Alessandro (1823-1883) e Augusto (1829/1914) proseguirono e potenziarono la sua attività e incrementarono la sua collezione che donarono nel 1919 alla città di Roma con la clausola che i reperti, che erano più di 1300, fossero esposti accanto ai gioielli realizzati dai Castellani. E così fu. A Villa Giulia venne predisposta una sala dove furono esposti gran parte dei gioielli etruschi e Castellani. Proprio dove nel 2013 sono stati rubati su commissione. I due figli portarono avanti il progetto del padre Fortunato Pio. Alessandro Castellani era un esperto di reperti e aprì due negozi uno a Parigi e l'altro a Napoli, poi dal 1860 si occupò del mercato antiquario. Augusto (1829/1914) si occupò principalmente della produzione dei nuovi gioielli benché anch'egli fosse esperto antiquario. Nel 1861 acquistò un podere a Cerveteri zona archeologica ricca di scavi e ritrovamenti di reperti etruschi entrando di fatto nel ferventissimo mercato antiquario. A Roma arrivavano archeologi inviati dai loro musei di origine per acquistare reperti archeologici, quindi si crea un mercato antiquario straordinario dove purtroppo accanto ai veri reperti vengono venduti anche falsi o veri arricchiti con parti non originali. Tra questi antiquari uno in particolare si mise in mostra: si chiamava Francesco Martinetti. Il 23 febbraio 1933 a Roma, a seguito della demolizione di un edificio in via Alessandrina, fu rinvenuto un tesoretto conservato in un ripostiglio ricavato nello spessore del muro della casa. Era composto da 17 chili di monete di oro antiche, di epoca imperiale e più recenti, 72 gemme antiche montate su anelli, sacchetti di topazi, ametiste, cristalli di rocca non ancora incisi per un valore stimato all'epoca di 1.211.761 lire. In questa casa aveva abitato fino al 1895 il Martinetti. Chi aveva ereditato la sua casa, un tempo negozio di antiquariato, aveva trovato numerosi tesoretti nascosti qua e là in vasi, mobili, o nel braccio di una copia del Discobolo di Mirone da cui fuoriuscirono monete per 400.000 lire dell'epoca. Francesco Martinetti rigattiere, antiquario, taciturno e avaro (morì a causa di una polmonite: per non spendere due soldi per il tram percorse a piedi sei chilometri sotto un diluvio romano...) era un personaggio molto conosciuto nell' ambiente colto romano. Aveva legato il suo nome alla Fibula Prenestina.
La cosiddetta Fibula Prenestina
Infatti a dispetto della sua avarizia aveva donato questo ornamento al museo di Villa Giulia dove era stata inventariata nel febbraio 1889 col numero 2819 e stimata lire 5.000. Questa fibula venne detta "Prenestina" perché il Martinetti sosteneva di averla acquistata nel 1871 a Palestrina ed era di un tipo quasi identico alla fibula d'oro ritrovata nella tomba Bernardini nel 1876 sempre a Palestrina. La fibula è un oggetto a forma di spilla di sicurezza che si usava per fermare la tunica o il mantello, generalmente era in bronzo raramente in oro ed era decorata con vaghi o perle di ambra o pasta vitrea .L'archeologo Wolfang Helbig accolse questa fibula come un eccezionale reperto, soprattutto perché portava incisa una iscrizione molto interessante. Tuttavia altri archeologi e studiosi come il Pinza e Mark Rosenberg non considerarono favorevolmente questo reperto dubitando immediatamente della sua autenticità. La fibula risultava troppo pesante (36,7 grammi) solitamente fibule così pesanti erano di argento o di bronzo rivestito di una lamina sottile di oro. Inoltre l'epigrafe risultava capovolta e incisa sul lato esterno della staffa, mentre per tradizione l'epigrafe veniva incisa sul lato interno. Bisognerà attendere il 1979 e gli studi di Margherita Guarducci per avere la conferma che la fibula prenestina è un falso. Ma nel frattempo, la fibula prenestina divenne famosa per l'epigrafe incisa : "Manios med fefaked Numasioi" (Manio mi ha fatto per Numasio). Manios quindi è il nome dell'orafo che aveva eseguito il manufatto e Numasio quello del committente. La fibula era tenuta in grande considerazione in quanto rappresentò a lungo "il più antico monumento della lingua latina" e per circa 90 anni è stata considerata tale nel campo degli studi classici, nelle enciclopedie e nei libri di testo delle scuole secondarie. Margherita Guarducci insigne epigrafista, ha dimostrato però la falsità di questo reperto pubblicando una memoria negli Atti dell’Accademia Nazionale dei Lincei: "La cosiddetta fibula prenestina, antiquari eruditi e falsari nella Roma dell'Ottocento". Dichiara che l'epigrafe è certamente falsa ma è stata ideata da un esperto, ipotizza addirittura il nome dello stesso Helbig. Il cavalier Francesco Martinetti invece realizzò materialmente la fibula, che fu ben eseguita, infatti Martinetti aveva iniziato la sua carriera come restauratore di anticaglie perfezionandosi nel restauro delle monete e di bronzi, inoltre era un abile incisore di gemme e si ipotizza che possedesse frammenti di oreficerie antiche a cui ispirarsi. Su questa questione anche il gioielliere Augusto Castellani espresse un giudizio: infatti Giovanni Pinza, paleontologo della Università di Roma, dichiarò che nel 1905 mentre stava per pubblicare "la Memoria sui Monumenti Primitivi di Roma e del Lazio" fu sollecitato da costui a non parlare della fibula prenestina in quanto falsa. Augusto Castellani gli svelò anche il nome dell'orafo che l'aveva eseguita: "una persona stramba" conosciuta da entrambi. Interessante e coinvolgente il fatto che dalla frase del Castellani riportata dal Pinza abbia preso il via la ricerca di Margherita Guarducci. Il Mondo storico artistico di quel periodo era comunque legato al mondo archeologico che stava scoprendo tesori interessantissimi: si assiste al trionfo dell'oreficeria di antiquariato o di imitazione. I Castellani saranno capostipiti e diffusori in tutta Europa di questa tendenza. Ogni signora veramente alla moda doveva possedere una parure o un gioiello "archeologico" meglio ancora se un gioiello Castellani. Questa grandissima richiesta finì con l incidere sulla qualità del prodotto, e i motivi decorativi usati divennero man mano sempre più ripetitivi. Con l'arrivo di Art Nouveau si assiste al veloce declino del gioiello archeologico e del mosaico minuto romano. Può interessare sapere che la moglie dell'archeologo Helbig era una principessa russa, si chiamava Nadejda Schakowskoy. Era famosa a Roma perché nelle occasioni mondane amava indossare una lucertola viva come collier.
Nel 1909 i coniugi Helbig acquistarono Villa Lante al Gianicolo che divenne un salotto culturale scientifico, musicale frequentato da Carducci, D'Annunzio, Tolstoy, Wagner, Liszt, Grieg. La principessa Helbig era una valentissima pianista e con i suoi concerti finanziava opere di carità. Villa Lante era stata costruita nel 1518 da Giulio Romano e fu decorata dai pittori Vincenzo Tamagni da S.Giminiano, Polidoro da Caravaggio. Famoso il suo giardino e il graffito scritto sul muro del salone: "a di 6 di Maggio 1527 fo la presa di Roma".
© Imelde Corelli Grappadelli, May 2016
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2016/05/03

LE PERLE GROSSE DI LEONARDO DA VINCI

Il 2 maggio 1519 Leonardo da Vinci morì ad Amboise, la notizia fu comunicata al re Francesco I dal suo valente e fedelissimo collaboratore Francesco Melzi, si dice che il re pianse sconsolato la sua perdita. La loro amicizia era nata a Bologna quando questo giovane e gigantesco re francese incontrò Leonardo e successivamente lo convinse a seguirlo in Francia. Da Bologna partirono altri artisti per Fontainebleau: il Primaticcio, Sebastiano Serlio, Rosso Fiorentino, da Forlì il ceramista Leucadio Solombrini e poi Benvenuto Cellini.Tutti i migliori artisti italiani per rendere la corte del re Francesco I, figlio di Luisa di Savoia, marito di Claudia di Francia, cognato di Renata che a Ferrara sposa Ercole d’Este il figlio di Lucrezia Borgia, la più bella del mondo. Grandissimo fu il legame di Leonardo con Francesco I come lo era stato a Milano con i Visconti, e gli Sforza: le sculture ardite, e gli esperimenti di fusioni esasperate, le macchine per volare, il progetto per la città ideale, le macchine avveniristiche per la festa del Sole e i sette Pianeti, gli studi architettonici, l’invenzione di nuovi tessuti e naturalmente la grande pittura. Con questo,Leonardo trovò il tempo per dedicarsi all’oreficeria, all’invenzione di macchine per tagliare e dare lucentezza alle pietre, a disegnare i celebri Nodi Vinciani frutto di speculazioni matematiche che indirizzano la moda del gioiello maschile e femminile verso il disegno geometrico.
Nodo vinciano - disegno del British Museum
 
Linee pure, cerchi, quadrati, rettangoli, forme perfette, codificate e strettamente legate al significato iconografico ed alchemico dei materiali si sostituiscono a quelle ormai obsolete del quattrocento naturalistico. Il suo interesse andò oltre, studiò, si dilettò e sperimentò il modo di ottenere “perle grosse”: cioè il modo di realizzare perle false. La perla con la sua simbologia, dalla pagana Venere nata da una conchiglia alla cristiana Maria madre di Gesù, perla pura, ha sempre avuto un suo primario ruolo nella gioielleria, e nel millecinquecento lo diventa ancor più, le leggi Sumptuarie, la Controriforma, nuove norme che ne regolano l’uso, il numero delle perle in un gioiello può variare da due, tre, raramente quattro, perfette cinque. Naturalmente venivano alternate a pietre preziose: il diamante che simboleggia la forza, lo smeraldo simbolo di castità e potere, il rubino o balascio onnipresente nei gioielli nuziali. Gli studi e gli esperimenti che Leonardo svolge dal 1482 al 1513 sia a Milano che in Francia portano quindi ad una ricetta per ottenere Perle Grosse. Il celebre Codice Atlantico contiene una ricetta “segreta” da lui messa a punto proprio per realizzare “perle grosse”: “Procurarsi delle perle piccole, quelle che non venivano utilizzate in gioielleria o per ricamare vestiti, ma in farmacopea, per fare dentifrici, o come medicina estrema da usare in punto di morte come accadde a Lorenzo il Magnifico. Il Poliziano scrive che il medicò gli ordinò di assumere una porzione di perle tritate in punto di morte!  Queste perle minute vanno tritate e sciolte nell’acido citrico, cioè aceto o succo di limone, poi vanno essiccate e ridotte in polvere. Di nuovo vengono impastate con l’albume di uovo, perché l’albumina ha un forte potere lucidante e dona un bell’effetto. Tuttavia si può usare anche “l’aqua de lumache” che deve essere usata nello stesso modo, per impastare. Un’ altra ricetta vede l’utilizzo della colla di pesce ricavata dalle lische di pesce tritate e bollite, oppure di pezzi di pelliccia o di pergamena lavati e bolliti e trasformati in colla. L’impasto così ottenuto può essere modellato a forma di grossa perla e lasciato ad asciugare. Leonardo non parla del foro passante, probabilmente non era interessato all’uso della perla ma solo al suo procedimento creativo. Altre ricette parlano della foratura che si realizza inserendo nella pasta ancora morbida una setola di maiale, poi una volta asciugata la perla viene lucidata usando gli stessi strumenti dell’orafo: il brunitoio e il tornio, altra invenzione di Leonardo. Non è possibile stabilire da quali fonti Leonardo abbia attinto per sperimentare la sua ricetta per ottenere perle grosse finte, si presume dal libro “Secreti d’Alberto Magno” che lui possedeva.

©Imelde Corelli Grappadelli, May 2016
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